Il Libro Consigliato

Pubblicato il 25.03.2019

Franco e Tomaso Cravarezza

Le grandi battaglie della Linea Gotica

Edizioni del Capricorno

Torino, 2018

 

Una pagina spesso trascurata della II Guerra Mondiale, ma che riguarda proprio il fronte italiano: ovvero le battaglie che furono combattute sulla così detta Linea Gotica dall'agosto 1944 all'aprile 1945. La Linea Gotica fu un fronte che si estendeva per oltre 300 km dalle Alpi Apuane sino alla costa adriatica fra Rimini e Pesaro. Il testo racconta con estrema precisione gli scontri che si ebbero su questa linea fra gli Angloamericani ed i Tedeschi, sino alla liberazione, e la narrazione inizia proprio esaminando le forze messe in campo dai due schieramenti ed i rispettivi comandanti Alexander e Clark per gli alleati, Kesserling per gli avversari. Quello che stupisce, oltre la complessità delle azioni e della tenace resistenza tedesca, fu la molteplicità della nazionalità dei combattenti, per gli alleati: Americani, Inglesi, Indiani, Brigata Ebraica, Polacchi, Neozelandesi, Greci, Brasiliani, Sudafricani, Nippo-Americani, Italiani; il quadro di battaglia Tedesco comprendeva: Tedeschi, Italiani Turkmeni. Fra le truppe Tedesche nel nord Italia erano inquadrati anche i seguenti reparti della R.S.I.: 1a Divisione Ftr Motorizzata Italia, 2a Divisione Ftr Littorio, 3a Divisione Ftr di Marina San Marco, 4a Divisione Ftr Monterosa. Combatté a fianco degli alleati il Corpo Italiano di Liberazione costituito dai seguenti Gruppi di combattimento: Folgore, Friuli, Cremona, Legnano (Nel Legnano vennero inquadrati anche gli alpini del Btg Piemonte e L'Aquila). A fianco degli Angloamericani combatterono anche alcun reparti della Resistenza, utili soprattutto in quanto gli uomini che li componevano avevano una profonda conoscenza del territorio.

Il libro è disponibile nella nostra biblioteca.

Italo Semino

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Pubblicato il 17.12.2018

Claudio Gattera

Monte Pasubio 1915 – 1918

La Grande Guerra raccontata ai giovani

A.N.A. Sezione Valdagno

Maggio 2007

 

Testo molto interessante che esamina a 360° tutti gli aspetti legati al Monte Pasubio durante la Grande Guerra: iniziando dalla descrizione del territorio, il confine che ivi passava dopo la 3a Guerra di Indipendenza, per narrare poi gli eventi bellici che si susseguirono su questo campo di battaglia durante tutto il conflitto. Ma l'aspetto che pare più interessante, quasi sempre ignorato dai testi storici, è l'immenso lavoro, ad alto contenuto tecnologico, che dovettero svolgere i servizi logistici per assicurare tutto l'occorrente e l'assistenza alle truppe operanti. Per dare un esempio concreto dell'importanza dei servizi è sufficiente riassumere brevemente, traendo le notizie dal libro, cosa si fece su questo monte, uno dei pilastri di tutta la guerra sul fronte italiano. Sulle pendici del monte funzionarono ben 12 teleferiche che erano in grado di trasferire grandi quantità di materiali alle quote più elevate. Sul Pasubio inoltre, a parte i mesi di innevamento, non vi erano sorgenti d'acqua, per cui si dovettero predisporre stazioni di pompaggio e tubazioni per far salire questo bene dal fondo valle ed il servizio idrico assicurava l'acqua potabile, non solo alle truppe operanti, ma anche per impastare il cemento delle fortificazioni, raffreddare i compressori, le mitragliatrici ed i motori dei veicoli; ricordiamo che per ogni combattente era calcolato un bisogno vitale di acqua di 9 litri e per i muli di 20 litri. Per tutto ciò vennero predisposti impianti che potevano erogare sino a 80.000 litri giornalieri. Il Monte fu inoltre fornito di linee elettriche per alimentare l'accensione delle lampade che illuminavano le gallerie di collegamento e quelle di ricovero dei soldati, come pure vennero installati compressori d'aria che, attraverso una rete di circa 50 chilometri di tubazioni, riuscivano a rifornire circa 120 martelli pneumatici, utilizzati per la perforazione di caverne di ricovero e gallerie di mina. Infine si ricorda la preparazione della strada delle 52 Gallerie: una mulattiera militare costruita durante la prima guerra mondiale sul massiccio del Pasubio. La strada si snoda fra Bocchetta Campiglia (1.216 m) e le Porte del Pasubio (1.934 m) attraversando il versante meridionale, situato al riparo dal tiro dell'artiglieria nemica, caratterizzato da guglie, gole profonde e pareti rocciose a perpendicolo. È lunga 6.555 metri, dei quali ben 2.335 sono suddivisi nelle 52 gallerie scavate nella roccia; ogni galleria è numerata e caratterizzata da una propria denominazione. La larghezza minima fu originariamente prevista in 2,20 m (il raggio esterno in curva di almeno 3 m), con una media di 2,50 m per permettere il transito contemporaneo di due muli con le relative salmerie. La strada è un vero e proprio capolavoro d'ingegneria militare e di arditezza, considerando anche le condizioni e l'epoca in cui fu costruita, nonché la rapidità d'esecuzione: i lavori cominciarono il 6 febbraio 1917 e furono conclusi nel novembre 1917. Fu realizzata dalla 33ª Compagnia minatori del 5° Rgt dell'Arma del Genio.

Buona lettura!

Italo Semino

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Pubblicato il 23.11.2018

Giovanni Maria Calderone

La guerra del '15

Storia dei Caduti Silvanesi

e di qualche sopravvissuto

Circolo Culturale Silvanese “Ir Bagiu”

Silvano d'Orba

Ottobre 2018

 

E' sempre difficile recensire un libro quando si è legati all'autore da stima ed amicizia, tuttavia, con tutta l'imparzialità possibile, come non apprezzare l'importante lavoro di ricerca svolto presso i vari Archivi: di Stato, Comunali, Parrocchiali e sui testi di riferimento. Come non apprezzare l'interessante indagine condotta per narrare la storia di Caduti legata ai luoghi ove si trovarono a combattere.

Ma soprattutto come non cogliere tra le righe la passione dell'autore per la Storia ed il desiderio di mantenere vivo il ricordo, il rispetto e la riconoscenza verso quei “ragazzi” che «[...]… ci hanno preceduto su questo piccolo nostro lembo di terra» e che persero la vita nella Grande Guerra.

Giovanni Maria Calderone riesce nell'operazione sorprendente di trasferire la Storia dal livello nazionale a quello locale: non sono più i 680.000 Caduti Italiani delle statistiche sulla Prima Guerra Mondiale, sono i Caduti di Silvano d'Orba a cui egli restituisce il proprio nome; padri, nonni, zii o prozii che fossero, ricordati o meno sulla lapide del Monumento ai Caduti.

Sarebbe stata una Commemorazione significativa del Centenario se i tanti Comuni Italiani, oltre la Deposizione della Corona al Monumento ai Caduti, avessero tentato di rimuovere l'oblio.

Grazie Alpino Giovanni Maria Calderone!

Italo Semino

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Pubblicato il 09.11.2018

Roberto Alciati

«Forse un giorno ti racconterò ...»

Storia dell'Alpino Federico Fossati

Rotary Club Gavi-Libarna / Rotary Club Novi Ligure

Città del Silenzio Edizioni

Via Cavanna, 28 Novi Ligure

2012

La fonte: n. 315 corrispondenze spedite alla fidanzata e conservate dai famigliari. Il protagonista il Sottotenente Federico (Freddy) Fossati, nato a Londra e vissuto fra Genova e Vignole Borbera, in forza al 9° Rgt Alpini Btg. L'Aquila.

Arruolato nel febbraio del 1941 raggiungerà la Scuola militare centrale di alpinismo, con il grado di sergente, sciolti i battaglioni universitari, verrà destinato all'11° Rgt Alpini Btg Bolzano di stanza a Molveno. Il 3 settembre, convinto di essere inviato sul fronte greco, verrà al contrario destinato alla scuola per allievi Ufficiali di Avellino. Superati gli esami e promosso sottotenente, nel marzo 1942, dopo una breve licenza a Genova, ricevette l'ordine di raggiungere la nuova destinazione: 9° Rgt Alpini Btg Vicenza a Caporetto. A giugno con la costituzione dell'ARMIR ed il Corpo d'Armata Alpino il sottotenente Fossati passerà in forza alla Compagnia Comando del Btg L'Aquila del 9° Rgt Alpini. In questo reparto affronterà tutta la campagna di Russia, compresi i furiosi combattimenti sostenuti da 9° Alpini nel quadrivio di Selenyj Jar e la tremenda ritirata. Fossati sarà uno dei tre ufficiali del Btg L'Aquila a tornare in Patria, con il sottotenente Peppino Prisco, perché nello smarrimento totale ebbero la fortuna, con pochi superstiti, di accodarsi alla divisione Tridentina. Rientrato in Italia dopo il periodo contumaciale, fu inviato in licenza e poi sempre con L'Aquila a presidiare una zona della Slovenia occupata dagli Italiani. Qui dopo l'8 settembre il Btg raggiungerà San Giovanni al Natisone dove in mancanza di ordini, si scioglierà e ciascuno cercherà di raggiungere la propria casa. Con l'8 settembre si interrompe la vita militare e la corrispondenza del sottotenente Fossati. Nel libro son presenti ancora due capitoli: nel primo viene messo in evidenza il rapporto del protagonista con l'Associazione Nazionale Alpini, nel secondo è narrata la passione di Federico Fossati per il calcio, sia come giocatore che come importante dirigente del calcio dilettantistico. Amico fraterno dell'Avvocato Peppino Prisco, sarà decorato di Medaglia di Bronzo al Valor Militare per il comportamento tenuto durante i combattimenti sul fronte russo. Al Sottotenente Federico Fossati è intitolato il Gruppo Alpini di Vignole Borbera ed il campanile della chiesetta di Capanne di Pej.

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Pubblicato il 02.10.2018

A cura di Pieluigi Scolè

Degni delle glorie dei nostri avi - Alpini e Artiglieri da montagna decorati nella Grande Guerra 1915-1918 - Volume III 1917

Centro Studi Associazione Nazionale Alpini

Via Marsala, 9 - 20121 Milano

Settembre 2018

Un altro tassello a coronamento dello sforzo che sta conducendo il Centro Studi Nazionale, attraverso un progetto affidato allo storico Pierluigi Scolè e la sua squadra, per individuare le circa 12.000 decorazioni al Valor Militare attribuite a militari appartenenti alle truppe alpine, durante la Grande Guerra, che si trovano sparse fra le oltre 126.000 motivazioni conferite agli appartenenti a tutte le armi. Questa pubblicazione è il risultato della terza parte della ricerca applicata all'anno di guerra 1917; i decorati alpini o appartenenti alle truppe alpine, individuati esaminando le dispense con le motivazioni, non sono stati indicati in ordine alfabetico, ma seguendo un ordine cronologico, ovvero mettendoli in relazione ai fatti d'arme che si susseguirono a partire dal gennaio 1917 sino al dicembre 1917. La pubblicazione non è cartacea ma è fruibile come ebook (libro elettronico) che può essere letto o scaricato nel sito ufficiale dell'A.N.A.: www.ana.it.

Italo Semino

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Pubblicato il 23.08.2018

Ivana Melloni

Giovani di Garbagna alla battaglia di San Martino 24 giugno 1859

Il Contributo di un paese alle Campagne Risorgimentali

Edizioni Joker

Novi Ligure, giugno 2011

 

Una pubblicazione molto interessante con il grande pregio di coniugare la Storia Nazionale con la Storia Locale. Un grande avvenimento la battaglia risorgimentale, la più importate con Solferino, perché come annota l'autrice: «[...] l'esercito, entrato in battaglia sardo, ha terminato la giornata del 24 giugno come italiano e che, giustamente, si può definire Solferino e San Martino come la battaglia in cui è nata l'Italia […]».

E di questa battaglia vengono studiate le ripercussioni che ebbero sul piccolo paese, ricercati i nomi dei partecipanti alle guerre risorgimentali e tracciato il profilo dei protagonisti stessi attraverso una minuziosa ricerca dei documenti, conservati presso l'Archivio di Stato, Il Museo Centrale del Risorgimento, L'ufficio di Stato Civile del Comune, l'ufficio Parrocchiale.

Lodevole narrazione di un avvenimento fondamentale per la nascita dell'Italia moderna come lo furono la Rivoluzione per la Francia moderna e la guerra di Secessione per gli Stati Uniti.

Tuttavia come nota l'autrice, il Museo di San Martino risulta inesorabilmente dimenticato degli Italiani.

Il libro è disponibile presso la biblioteca del Gruppo.

Italo Semino

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Pubblicato il 03.03.2018

A cura di Andrea Bianchi

Gli Ordini Militari di Savoia e d'Italia dell'Associazione Nazionale Alpini

Associazione Nazionale Alpini

Milano

E-book, Edizione, settembre 2012

 

Come recita la premessa: «Nella Sede Nazionale dell’A.N.A. sono conservate, in un apposito quadro, le copie delle Onorificenze che, insieme alle Medaglie d’Oro del Labaro e del Medagliere, rappresentano il simbolo del massimo Valore Alpino. Questo ultimo volume ha richiesto un maggior lavoro di ricerca poiché le biografie di alcuni personaggi qui riportati sono quasi del tutto sconosciute. Il quadro appeso nella Sala del Consiglio nazionale di via Marsala a Milano, conserva 73 Croci che non riportano alcun nominativo, a differenza delle Medaglie d’Oro conservate di Labaro e Medagliere. Ben più di 73 sono, tuttavia, gli alpini insigniti dell’Ordine Militare di Savoia e di Italia: da qui, dunque, è partito il lavoro di ricerca, lungo ed accurato, che nonostante gli sforzi, presenta ancora molte lacune dovute alla carenza di informazioni. Il punto di partenza è stato l’elenco nominativo degli Insigniti, suddiviso per periodo storico e per qualifica (Alpini/Artiglieri alpini insigniti in qualità di Comandanti Truppe Alpine – Alpini/Artiglieri alpini insigniti in qualità di Comandanti di altri Corpi. In pratica, l’analoga differenza fra le Medaglie d’Oro apposte sul Labaro e sul Medagliere), riportato nel libro Storia delle Truppe Alpine [...]».

La pubblicazione non è cartacea ma è fruibile come ebook (libro elettronico) che può essere letto attraverso il link allegato dell'Associazione Nazionale Alpini.

Italo Semino

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Pubblicato il 10.02.2018

A cura di Andrea Bianchi - Mariolina Cattaneo

Il Medagliere dell'Associazione Nazionale Alpini e le sue Medaglie d'Oro

Volume  2 - Associazione Nazionale Alpini

Milano

E-book, I Edizione, maggio 2012

 

Come recita la premessa: «Sul Medagliere dell’Associazione Nazionale Alpini sono appuntate le Medaglie d’Oro al Valor Militare di soldati che hanno prestato servizio nelle Truppe Alpine, ma che, al momento del fatto d’armi che ha determinato l’alta ricompensa, militavano in altri reparti. Il Medagliere, conservato in un quadro esposto nella sala del Consiglio della Sede nazionale, si fregia di 110 Medaglie d’Oro al Valor Militare, tuttavia questo numero non è preciso: durante le nostre ricerche, infatti, abbiamo appurato che esistono altri Decorati, principalmente della Seconda Guerra Mondiale e della Campagna di Liberazione. Pur nella consapevolezza di queste “mancanze”, si è deciso di rendere nota quella che consideriamo una preziosa testimonianza, soprattutto perché il Medagliere, a differenza del Labaro, non viene mai esibito ad alcuna celebrazione o manifestazione pubblica. Alla luce di quanto sopra, i curatori si sono attenuti allo status quo, riportando esclusivamente le notizie riguardanti i Decorati le cui medaglie sono apposte sul Medagliere. Tra questi troverete sia i Caduti della Resistenza sia quelli della Repubblica Sociale di Salò. E’ questo, a parer nostro, l’insegnamento che ci hanno lasciato e su cui dovremmo riflettere.[...].

Forse potremmo semplicemente commentare con il senso delle parole del Generale Leonardo Cristalli: Caduti per la Patria anche se evidentemente non avevano la stessa idea di Patria.

La pubblicazione non è cartacea ma è fruibile come ebook (libro elettronico) che può essere letto attraverso il link allegato dell'Associazione Nazionale Alpini.

 

Italo Semino

 

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Pubblicato il 07.01.2018

Alessandro Barbero

Caporetto

Editori Laterza

Bari, 2017

 

E' stato scritto che per leggere tutti i libri pubblicati sulla Grande Guerra non basterebbe la vita di un uomo, anche su Caporetto sono stati redatti numerosi volumi, tuttavia ciascuno ha portato qualche novità, ha aggiunto qualche particolare inedito. Caporetto fu una grande sconfitta del Regio Esercito di Cadorna, ma non è esatto considerarla una disfatta, infatti vennero coinvolte e dissolte la 2a Armata di Capello ed il XII Corpo d'Armata in Carnia, mentre la 3a e la 4a Armata riuscirono a ripiegare sula linea del Piave-Monte Grappa ed in concorso con la 1a Armata, condussero vittoriosamente la Battaglia di Arresto nei mesi di novembre-dicembre 1917. Fu comunque un disastro militare di cui l'autore descrive nel dettaglio la preparazione degli eserciti in campo. In particolare vengono esaminate le cause della sconfitta: soprattutto in considerazione del fatto che il Comando Supremo era perfettamente a conoscenza del luogo, della data e persino dell'ora in cui sarebbe iniziata la XII Battaglia dell'Isonzo, informazioni che erano state fornite a più riprese da prigionieri e disertori Austro-Ungarici e naturalmente dall'osservazione aerea, perché un tale movimento di truppe dell'avversario non poteva essere nascosto. Nonostante questo l'Esercito Italiano subì la più grande sconfitta della sua storia e fra le tante cause che la determinarono, che vengono minuziosamente esaminate, occorre ricordare che per la prima volta, dall'inizio della guerra, gli Italiani si trovarono a combattere contro i Tedeschi della XIV Armata e che fu decisiva la tattica delle Sturmtruppen e dell'infiltrazione, a cui gli ufficiali ed i soldati di Cadorna non erano preparati, unito al fatto che le artiglierie imperiali avevano interrotto tutte le comunicazioni. Un capitolo, infine, viene dedicato alla ritirata definita “tra apocalisse e carnevale”, perché se è vero che i soldati furono ingiustamente accusati di viltà nel Bollettino del 28 ottobre del Comando Supremo, è altrettanto accertato che alcuni reparti si arresero senza combattere, e durante la ritirata, mentre alcuni morivano per rallentare la marcia del nemico, altri avevano gettato i fucili ed in un clima carnevalesco da “fine della guerra”, ebbri delle ingenti libagioni, si erano abbandonati all'orgia della distruzione e del furto. Comportamenti che seppure condizionati da mesi di privazioni, disagi e carneficine, a volte lasciano trasparire una “Italia eterna a cui dell'interesse collettivo non importa niente”. Amara e profetica la conclusione di quel ufficiale secondo cui per tenere in riga i soldati “ci volevano olio di ricino e bastone” e commenta l'autore “queste idee daranno presto i loro frutti”.

Italo Semino

 

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Pubblicato il 20.11.2017

A cura di Andrea Bianchi - Mariolina Cattaneo

Il Labaro dell'Associazione Nazionale Alpini e le sue Medaglie d'Oro

Associazione Nazionale Alpini

Milano

E-book, II Edizione, novembre 2011

Come scrisse il Presidente Nazionale Corrado Perona nella prefazione a questo libro:

«[...] Il Labaro per noi è la rappresentazione fisica delle nostre tradizioni, della nostra storia e, in definitiva, del nostro spirito. Noi guardiamo a quel drappo ed alle sue medaglie d’oro con speranza perché ci sollecita la memoria e ci restituisce quelle motivazioni che ci permettono di affrontare la vita di tutti giorni in modo sereno. Gli alpini hanno bisogno di guardare alle loro radici perché solo una pianta con radici solide può crescere e dare buoni frutti.[...] Ricordare, ricordare e ancora ricordare quella lezione e cercare di esserne degni: questo è il semplice segreto degli alpini. E il nostro Labaro è la raffigurazione di questo segreto. [...]».

La pubblicazione non è cartacea ma è fruibile come ebook (libro elettronico) che può essere letto attraverso il link allegato dell'Associazione Nazionale Alpini.

 

Italo Semino

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Pubblicato il 09.10.2017

A cura di Pieluigi Scolè

Degni delle glorie dei nostri avi - Alpini e Artiglieri da montagna decorati nella Grande Guerra 1915-1918 - Volume II 1916

Centro Studi Associazione Nazionale Alpini

Milano

Settembre 2017

Non sarà sfuggito agli attenti lettori del nostro periodico "L'Alpino" lo sforzo che sta conducendo il Centro Studi Nazionale, attraverso un progetto affidato allo storico Pierluigi Scolè e la sua squadra, per individuare le circa 12.000 decorazioni al Valor Militare attribuite a militari appartenenti alle truppe alpine, durante la Grande Guerra, che si trovano sparse fra le oltre 126.000 motivazioni conferite agli appartenenti a tutte le armi. Questa pubblicazione è il risultato della seconda parte della ricerca applicata all'anno di guerra 1916; i decorati alpini o appartenenti alle truppe alpine, individuati esaminando le dispense con le motivazioni, non sono stati indicati in ordine alfabetico, ma seguendo un ordine cronologico, ovvero mettendoli in relazione ai fatti d'arme che si susseguirono a partire dal gennaio 1916 sino al dicembre 1916. La pubblicazione non è cartacea ma è fruibile come ebook (libro elettronico) che può essere letto o scaricato nel sito ufficiale dell'A.N.A.: www.ana.it.

Italo Semino

 

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Pubblicato il 21.08.2017

A cura di G. Barbero - E. Cattaneo - P.G. Longo - F. Voghera

Il 5° Alpini è ancora tra noi

La preparazione e la partenza per il fronte russo dei battaglioni Morbegno, Edolo e Tirano

Novembre 1941 - luglio 1942

Susalibri

Sant'Ambrogio di Torino (TO)

2009

Il libro venne pubblicato in occasione del 85° anniversario di costituzione del Gruppo Alpini di Rivoli della sezione di Torino (1924-2009). Volume molto interessante: narra della presenza del 5° Rgt Alpini ed altri reparti della Divisione Tridentina in alcuni comuni piemontesi lungo la Dora Riparia, nel periodo dal novembre 1941 alla partenza per il fronte russo del luglio 1942. Il testo si suddivide in cinque capitoli che costituiscono l'ossatura di tutta la narrazione: la cronaca della presenza del 5° Rgt Alpini a Rivoli e dintorni attraverso i diari storici del reggimento; i luoghi, della memoria, che ospitarono i reparti; la raccolta delle testimonianze della popolazione e dei reduci a partire da quella di Nuto Revelli: «[...] che ha condiviso con i suoi Alpini i giorni di Rivoli e quelli della tragedia sul fronte russo, e che ci ha lasciato pagine di alta letteratura e insegnamenti che non possono essere dimenticati.».

Nel quarto capitolo: le relazioni ufficiali riguardanti le operazioni in Russia; infine la storia dei reparti del 5° Rgt. Alpini e gli otto decorati di M.O.V.M. nella campagna di Russia appartenenti al reggimento.

Volume da non perdere per i cultori della storia degli Alpini, in particolare per chi in forza al 5° Reggimento ha avuto l'onore di servire lo Stato. Avvincente e commovente il capitolo riguardante le testimonianze, delle quali la più significativa, e che in poche battute raccoglie lo spirito con il quale andarono a combattere tutti i nostri Alpini, che fa dire ad un contadino russo: «[...] Quando sono arrivati gli ungheresi, hanno impiccato nove russi proprio a quella pianta là [...] Dopo sono arrivati i tedeschi e proprio in quel campo, lì davanti, hanno fucilato 90 persone, donne, vecchi e bambini. Alla fine siete arrivati voi, italianski con la penna. Anche voi eravate obbligati a fare la guerra, ma l'avete fatta senza odio [...]».

Libro disponibile nella nostra biblioteca. Buona lettura!

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Pubblicato il 23.07.2017

Gianfranco Ialongo

La Grande Guerra del 4° Reggimento Alpini

Mursia

Milano

2016

Durante la Prima Guerra Mondiale vennero costituiti N° 88 Battaglioni alpini, di questi ben N° 41 erano piemontesi: Reggimenti alpini 1°, 2°, 3° e 4°, tranne il Btg. Pieve di Teco, ligure; essi inquadrarono, all'inizio delle ostilità, soldati piemontesi, liguri, toscani ed emiliani; negli anni successivi i complementi che ricostituirono i reparti, a causa delle altissime perdite, non provenivano esclusivamente dai distretti usuali ma un po' da tutto il nord ed una certa aliquota anche dai distretti meridionali.

Il 4° Rgt. Alpini aveva in forza ben N° 10 Battaglioni canavesani, ossolani e valdostani: Btg. Aosta, Monte Cervino, Val Baltea, Ivrea, Monte Levanna, Val d'Orco, Intra, Monte Rosa, Val Toce, Pallanza.

Il testo raccoglie i documenti che il Colonnello Rossi, comandante del Reggimento dal 1927 al 1934, fece radunare invitando gli ufficiali a redigere, attraverso le memorie, la storia dell'unità durante la Grande Guerra.

I documenti sono conservati presso il Sacrario della Caserma Testa Fochi di Aosta e sono suddivisi in Riassunti Ufficiali dello Stato Maggiore dell'Esercito ed in Racconti Storici redatti da alcuni ufficiali testimoni e protagonisti di quegli avvenimenti: dalla fronte isontina, alla Vallarsa, Monte Pasubio, Monte Vodice, Cauriol, Melette di Gallio, Piccolo Lagazuoi, Tonale, Adamello, Grappa.

Quelle carte, che non furono pubblicate, vengono svelate attraverso questo testo, che non è solo un documento storico ma un racconto memorabile.

 

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Pubblicato il 26.06.2017

Autori vari

I Racconti del 64° dalla SMALP al Battaglione

VJ Edizioni Verona

Verona

2016

Non sarà sfuggito agli attenti lettori che questo titolo è stato recensito dal mensile "L'Alpino" del maggio scorso nella rubrica Biblioteca; ed allora perché questa ripetizione?

Semplice, una copia del libro è stata donata alla biblioteca del Gruppo dal nostro socio Giuliano Levrero, che ringraziamo, essendone fra l'altro uno dei 27 curatori mentre ammiriamo la bella copertina di Lorenzo Levrero. Come si legge nella quarta di copertina questa «[...] è la storia di 185 ragazzi che nel lontano luglio del 1971 partirono verso Aosta per assolvere l'obbligo del servizio di leva. [...] La SMALP era considerata da molti come la più severa scuola di addestramento per allievi ufficiali di complemento che esistesse in Italia, e tra le più qualificate in Europa. Per sei mesi filati i 185 ragazzi si alzarono alle 5,30 precise, sudarono, marciarono con zaini di oltre 30 kg. sulle spalle, sbalzarono, studiarono, dormirono nelle trune a temperature polari. Per sei mesi filati furono incitati a resistere, a non mollare mai. Per sei mesi filati videro azzerata la loro personalità, l'obbedienza doveva essere cieca ed assoluta. [...]».

Indipendentemente da quelle che furono le esperienze di ciascuno una volta ottenuto il grado e la destinazione presso i vari battaglioni, ciò che a mio parere è assolutamente comune a coloro che frequentarono la SMALP in quegli anni, è quanto viene mirabilmente raccontato dell'esperienza di Allievi Ufficiali. Tanto che leggendo queste pagine si ha la sensazione che siano state redatte da un compagno di corso, anche se quello che frequentai per i veci del 64° "è ... nebbia!"

Una lettura interessante per chi volesse approfondire il "sistema scuola" SMALP, un commovente ricordo per chi in quella scuola "trovò lungo" per sei mesi.

Alpino Italo Semino

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Pubblicato il 10.04.2017

Alberto di Gilio - Leonardo Pianezzola

Grande Guerra - La Lettera Svelata - Monte Ortigara: 19 giugno 1917 - La vera storia del Sottotenente Adolfo Ferrero.

Gino Rossato Editore

Novale - Valdagno (VI)

Maggio 2016

Un alpino: l'aspirante ufficiale Adolfo Ferrero. Nato a Torino il 31 gennaio 1897, primogenito di una famiglia borghese, studente liceale e poi universitario della Facoltà di lettere. Partì militare il 1° ottobre del 1916 per il Corso Scuola Allievi Ufficiali. Assegnato alla 231^ compagnia del battaglione Val Dora, nel giugno del 1917 si trovava sull'Ortigara, cadde il 20 giugno nel 308° Reparto Someggiato di Sanità in seguito alle ferite in combattimento, alle gambe ed all'addome, del giorno precedente, quando il reparto venne impegnato nell'assalto alla cima del monte. Fu decorato con la Medaglia d'Argento al Valor Militare con la seguente motivazione: «Comandante di un plotone, lo trascinava con mirabile slancio all'attacco, e non cessava dall'incitarlo ad avanzare, benché ferito ripetutamente e gravemente. - Monte Ortigara, 19 giugno 1917.».

Un battaglione: il Val Dora del 3° Reggimento Alpini nell'epica battaglia dell'Ortigara.

Due lettere identiche: scritte nella notte fra il 18 e 19 giugno dall'aspirante Adolfo Ferrero, nell'attesa dell'attacco, costituiscono il suo testamento spirituale, «[...] unanimemente riconosciuto come tra le più alte espressioni di spirito civile e militare della Grande Guerra [...]».

Un enigma: la prima lettera, macchiata del suo sangue, venne recapitata ai genitori, con la cassetta, alcuni giorni dopo la sua morte; la seconda lettera ritrovata fortuitamente, con i resti di un soldato italiano, e perfettamente conservata nonostante le intemperie ed il tempo trascorso nel 1958.

Un'indagine: «[...] che si rivela esperienza unica nel proprio genere, vissuta come un autentico rompicapo storico [...]».

Italo Semino

 

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Pubblicato il 02.04.2017

A cura di Pieluigi Scolè

Degni delle glorie dei nostri avi - Alpini e Artiglieri da montagna decorati nella Grande Guerra 1915-1918 - Volume I 1915

Centro Studi Associazione Nazionale Alpini

Milano

Dicembre 2016

 

Non sarà sfuggito agli attenti lettori del nostro periodico "L'Alpino" lo sforzo che sta conducendo il Centro Studi Nazionale, attraverso un progetto affidato allo storico Pierluigi Scolè e la sua squadra, per individuare le circa 12.000 decorazioni al Valor Militare attribuite a militari appartenenti alle truppe alpine, durante la Grande Guerra, che si trovano sparse fra le oltre 126.000 motivazioni conferite agli appartenenti a tutte le armi. Questa pubblicazione è il risultato della prima parte della ricerca applicata all'anno di guerra 1915; i decorati alpini o appartenenti alle truppe alpine, individuati esaminando le dispense con le motivazioni, non sono stati indicati in ordine alfabetico, ma seguendo un ordine cronologico, ovvero mettendoli in relazione ai fatti d'arme che si susseguirono a partire dal 24 maggio 1915. La pubblicazione non è cartacea ma è fruibile come ebook (libro elettronico) che può essere letto o scaricato nel sito ufficiale dell'A.N.A.: www.ana.it.

Italo Semino

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Pubblicato il 25.01.2017

Basilio Di Martino

La guerra di mine sui fronti della Grande Guerra

Gino Rossato Editore

Novale Valdagno VI

2012

La guerra di mine ha una origine antichissima, probabilmente da quando esistono le fortificazioni, se ne parla già nei resoconti lasciati da Tito Livio, da Polibio il quale racconta come, nel 432 a.C., il re di Persia Dario III Codomano espugnò la città di Calcedonia facendo scavare una galleria che permise ai suoi uomini di penetrare nella città stessa ed aggredire i difensori alle spalle. La guerra di mina naturalmente ebbe una evoluzione continua, inizialmente consisteva nello scavare il terreno sotto le mura difensive, sostituendo la terra con puntelli in legno che poi venivano bruciati, per cui i baluardi difensivi crollavano sotto il loro stesso peso; dopo l'invenzione della polvere da sparo e l'introduzione degli esplosivi la guerra di mine ebbe un progresso, sia nel metodo di attacco che nelle contromisure difensive, che prevedevano lo scavo di numerose gallerie di contromina a protezione dei bastioni. Abbandonata nel corso dell'ottocento, durante il Primo conflitto mondiale, dopo un periodo iniziale di guerra di movimento, con lo stabilizzarsi dei fronti, e la trasformazione in guerra di posizione le mine vennero largamente utilizzate. Favorite dal terreno facile da scavare le galleria di mina vennero impiegate costantemente sul fronte Occidentale da entrambe i contendenti: il 7 giugno 1917 a Messines gli Inglesi preparano 19 fornelli di mina e li caricarono con 400 tonnellate di esplosivo; alle ore 3,10 le cariche vennero fatte brillare, l'esplosione fu così violenta tanto da venire udita distintamente a Londra (più di 200 chilometri di distanza); in poche ore la fanteria britannica realizzò un'avanzata, con una profondità dai 3 ai 4 chilometri; si stima che la perdite tedesche furono non meno di 10.000 uomini ai quali si aggiunsero 7.354 prigionieri inebetiti dallo shock. Anche sul fronte italo-austriaco la guerra di mina venne molto utilizzata, non tanto sull'Isonzo, ma sui campi di battaglia montani, soprattutto quelli ove operavano la 1^ e la 4^ Armata del Regio Esercito. Ricordiamo quindi le esplosioni che cambiarono il profilo dei monti: Col di Lana, Sief, Castelletto, Piccolo Lagazuoi, Marmolada (il nostro concittadino MAVM Ten. Flavio Rosso è ancora sepolto in una galleria di mina a Forcella V), Monte Cimone, Monte Pasubio. La guerra di mine non fu quasi mai risolutiva ma venne definita "l'arma dell'esasperazione" in una costante tensione per indovinare le mosse dell'avversario, l'ascolto prolungato con i geofoni per capire la direzione delle gallerie di mina nemiche, la corsa nello scavare gallerie di contromina per intercettare o danneggiare gli scavi avversari. Il volume racconta, con dovizia di particolari, proprio questi episodi prendendo in considerazione gli aspetti tecnici ed operativi sia di quelli più conosciuti che di quelli meno noti. Il libro non è disponibile in biblioteca.

Italo Semino

 

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Pubblicato il 11.12.2016

Lupo (Franco Barella)

... ma fu solo per un attimo.

Edizioni Joker

Novi Ligure

2011

E' quasi impossibile nel nostro Paese, parlare degli avvenimenti storici che accaddero dopo l'8 settembre 1943, difficile ricercare un minimo di verità storica in un clima tutt'oggi avvelenato dalle ideologie, dai luoghi comuni, dalle tifoserie. Quasi impossibile accettare quello che avvenne in Italia, con un po' di rigore storico, nel Ventennio, poi nel corso del Secondo conflitto e ancora durante e alla fine della guerra di Liberazione, evitando da un lato la mitizzazione della Resistenza e dall'altro il livore dei detrattori. Tuttavia, a me pare, che il testo abbia numerosi pregi: innanzi tutto parla degli avvenimenti che accaddero nel nostro territorio, non mi stancherò di sottolineare come la Storia locale determini la grande Storia. L'autore raccoglie numerose testimonianze: non soltanto dei "portaschioppo", come il comandante "Scrivia" chiamava i "ribelli", ma anche quelle della popolazione che visse nel territorio interessato da quegli avvenimenti, nonché quelle di coloro che combatterono dalla parte opposta. I racconti si dipanano dai più leggeri, a volte quasi comici, a quelli più tragici: i giorni della Benedicta, i rastrellamenti invernali operati dalla famigerata divisione Turkistan, che tanto terrore seminò nelle valli appenniniche, sino alle esecuzioni. Un testo, che fra gli altri, ha un grande pregio: le testimonianze sono state trascritte dopo parecchio tempo e risultano spoglie di qualsiasi animosità o rancore, permeate dalla commozione che sempre si manifesta quando si parla della gioventù. Infine l'autore con grande onestà intellettuale, non indugia sulle luci e l'orgoglio di aver partecipato a quella lotta, e neppure nasconde le ombre, lasciando trapelare il suo sarcasmo verso "I partigiani del 28 aprile".

Italo Semino

 

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Pubblicato il 12.09.2016

Antonio Gibelli

La guerra grande

Storie di gente comune

Gius. Laterza & Figli

Roma-Bari

2016

Non si attenda il lettore la narrazione della "Grande Guerra": i fatti d'arme, le grandi battaglie, le tattiche e le strategie; questo libro raccoglie i racconti, o meglio analizza gli scritti, dei protagonisti che subirono la guerra grande.

A scrivere non sono gli intellettuali, i borghesi, alcuni dei quali subirono il fascino dell'Interventismo, al contrario sono i contadini in divisa, illetterati o semianalfabeti, al massimo avevano frequentato le scuole elementari sino alla terza; tuttavia sentirono il bisogno di prendere, con fatica, la penna in mano per lasciare una memoria, ai figli, ai famigliari, della loro drammatica esperienza. Nonostante i loro errori ortografici, di sintassi e di punteggiatura, rivelarono una profonda cultura nella conoscenza della vita, della natura e dell'umanità.

Travolti da eventi inimmaginabili, conobbero con stupore la tecnologia applicata agli scopi bellici, ed al pari delle macchine, divennero essi stessi strumenti che la guerra consumava incessantemente, per essere sostituiti da altri uomini, come se questi potessero essere infinitamente prodotti.

Le loro testimonianze vengono rese nelle corrispondenze, nonostante la censura, non di rado sono veri e propri diari o taccuini di guerra che narrano di trincee, di combattimenti, di fuga dopo Caporetto, di degenze ospedaliere, di prigionia, del ritorno a casa.

Insomma la guerra grande raccontata dal basso.

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Pubblicato il 15.08.2016

Aurelio Ferrando Scrivia

La battaglia di Pertuso

Le Mani - Microart's Edizioni

Recco (GE)

2004

 

Una battaglia della guerra di liberazione combattuta nel nostro territorio; fu denominata Battaglia di Pertuso, ebbe luogo fra il 22 ed il 27 agosto 1944 come tentativo delle truppe tedesche e della R.S.I. di accerchiare le formazioni partigiane spingendole verso la Val Trebbia, attraverso la direttrice Cabella-Capanne di Cosola. Il 22 agosto una formazione della R.S.I. allievi sottufficiali di stanza a Novi Ligure forzò senza risultato le strette e venne respinta alla casa cantoniera. Nei giorni successivi 24 e 25 il tentativo venne rinnovato in forze con l'ausilio di armi pesanti: un cannone, mortai e mitragliatrici. Le formazioni partigiane intervennero con gli uomini della brigata Capettini, il distaccamento Verardo di Pinan (Giuseppe Salvarezza), il distaccamento Peter comandato da Scrivia; per tutto il 24 tennero le posizioni alle strette di Pertuso, catturando il cannone, armi e 64 prigionieri. Ma fu straordinario che ai "ribelli" si affiancarono in combattimento alcuni giovani dei paesi vicini, mentre gli anziani e le donne provvidero a nutrirli ed a prendersi cura dei feriti. Dopo tre giorni di duri scontri i partigiani dovettero ripiegare per evitare di essere attaccati alle spalle.

L'avvenimento è narrato da uno dei protagonisti: Aurelio Ferrando Scrivia all'epoca dello svolgimento dei fatti comandante del distaccamento Peter, in seguito della Brigata Oreste e dal febbraio del 1945 della Divisione Pinan-Cichero.

L'ultimo capitolo del testo è dedicato alla figura della MOVM Aldo Gastaldi (Bisagno), del quale l'autore traccia il profilo dagli anni giovanili quando furono compagni di studio presso l'Istituto Tecnico Industriale Galileo Galilei di Genova, poi al lavoro presso la San Giorgio, ed ancora condivisero il servizio militare nel Regio Esercito come ufficiali nel 18° Rgt Genio di stanza a Chiavari. La loro esperienza comune continuò nelle prime bande partigiane costituitesi nel territorio di Cichero sino alla liberazione; entrambi cattolici furono comandanti di formazioni garibaldine: Bisagno della divisione Cichero, Scrivia della Divisione Pinan-Cichero.

A settantadue anni di distanza: la testimonianza di un avvenimento della nostra storia locale per la Storia!

 

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Pubblicato il 07.06.2016

Marco Gasparini

La Grande Guerra

1914 - 1918 Da Sarajevo all'armistizio

Edizioni del Capricorno

Torino

2014

Grande Guerra quale fu la portata di questa immane tragedia?

Un numero elevato di nazioni coinvolte, gli Imperi centrali: Germania, Austria-Ungheria, Impero Ottomano, Bulgaria; l'Intesa: Francia, Gran Bretagna, Russia, Serbia, Belgio, Italia, Giappone, Romania, Grecia, Portogallo, Albania, Stati Uniti. Le truppe del Regno Unito comprendevano soldati provenienti dal Canada, India, Australia, Nuova Zelanda, Sud Africa, mentre fra le truppe dell'Impero Austro-Ungarico ricordiamo i Cechi, Polacchi, Croati, Sloveni, Bosniaci, Italiani. Durante la Grande Guerra furono aperti oltre dieci fronti: quello occidentale, dalla Manica a Basilea un corridoio largo 15 chilometri completamente devastato dalle granate d'artiglieria dove ad una distanza fra i 200 metri ed 1 chilometro si trovavano le opposte trincee. Il fronte orientale dalla Finlandia, attraverso i territori della Polonia e dell'Ucraina, sino ai Carpazi, Il fronte Serbo, Caucasico, di Salonicco, la penisola di Gallipoli, la Mesopotamia, la Palestina, l'Africa orientale, l'Asia, il fronte Austro-Italiano.

La Grande Guerra causò 9 milioni di morti fra i militari e fra cause dirette ed indirette produsse la morte, e questo è spesso sottovalutato pensando sia una caratteristica del Secondo Conflitto, di 5 milioni di civili. Ricordiamo il genocidio del popolo Armeno, i quasi 700.000 deportati Belgi in Germania, le violenze e le fucilazioni per rappresaglia in Belgio ed in Francia, gli oltre 750.000 morti per denutrizione in Germania a causa del blocco navale operato dalla Gran Bretagna, le vittime dei bombardamenti terrestri ed aerei, infine lo spaventoso numero di morti causati dalla “Spagnola” che trovò terreno fertile nelle popolazioni affaticate, denutrite e debilitate. Per l'Italia i numeri sono inequivocabili: circa 680.000 militari Caduti oltre un milione di feriti.

Il Primo conflitto mondiale fu una guerra ad alto contenuto tecnologico: per esempio il miglioramento delle artiglierie, dai piccoli calibri da montagna il cannone 65/17, con affusto a deformazione sino ai grossi calibri dell'artiglieria di assedio i mortai da 305 mm degli Imperiali; ma anche il massiccio utilizzo della mitragliatrice, del dirigibile e degli aerei con i primi bombardamenti sulla popolazione civile. Il carro armato, a Cambrai nel novembre 1917 gli Inglesi ne misero in campo oltre 300, il lanciafiamme, l'impiego dei gas vescicanti ed asfissianti; il sommergibile, nell'aprile del 1917 la marina tedesca con i suoi U-Boot affondò 373 navi per un totale di 873.754 tonnellate, le più gravi perdite marittime mensili mai registrate sia nella Prima che nella Seconda guerra mondiale; l'utilizzo del filo spinato chiamato "reticolato", il ricorso ad un'arma medievale: la bombarda. Infine l'insidiosissima guerra di mina, ovvero la conquista di postazioni spazzate via dall'esplosione di cariche poste al di sotto dei trinceramenti avversari, la cui unica contromisura era quella di scavare gallerie di contro-mina per intercettare quelle nemiche, in una corsa spasmodica a giungere per primi. Questa tecnica venne molto usata sul fronte italiano, le montagne ne portano ancora i segni: Pasubio, Col di Lana, Marmolada, Castelletto, Piccolo Lagazuoi, con cariche sino a 35 tonnellate. Una delle esplosioni più catastrofiche si ebbe il 7 giugno del 1917 a Messines, sul fronte occidentale, quando gli Inglesi fecero brillare 19 mine sotto le linee tedesche, con un potenziale esplosivo pari a 500 tonnellate. La deflagrazione fu talmente violenta da seminare il panico nella città di Lilla posta a 25 chilometri ed il rombo venne udito distintamente nell'Inghilterra meridionale, pare che siano morti o rimasti sepolti all'istante 10.000 soldati tedeschi.

Molte di queste notizie, le grandi battaglie, la guerra sul mare, la guerra di spie, i grandi personaggi troverete sia nel testo di questo interessante volume, che nella straordinaria pubblicazione di immagini proveniente dagli archivi ANSA, alcune delle quali inedite.

Buona lettura!

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Pubblicato il 01.05.2016

Sergio Pedemonte

“Han fatto la guerra”

Bruno Guzzo Editore

Genova

2003

Testo interessantissimo. Il grande merito dell'autore è quello di aver coniugato la storia militare italiana dal 1915 al 1946 con la storia dei militari del nostro territorio, in particolare quello dell'Oltregiovo genovese, compresi i Comuni di Novi Ligure e Tortona.

Nel volume compaiono le schede di oltre 2.200 Caduti, tale fu il tributo di sangue della zona alla storia recente d'Italia, e per ciascuno dei quali sono stati ricercati i dati anagrafici, i reparti presso i quali prestarono servizio, le date, i luoghi e le cause della morte.

Come specifica l'autore «[...] E' inutile visitare Redipuglia o l'Ortigara se non si sa che qualcuno che "si sarebbe potuto conoscere" è morto proprio lì [...]», affinchè «[...] la fatica che ho fatto spero serva a non farli diventare tutti Militi Ignoti [...]».

Ma il volume non è solo questo, oltre le 50 tabelle esplicative, dedicate al tema dei Caduti e Decorati del territorio esaminato, stimolanti sono i capitoli riguardanti: il reclutamento, la struttura dell'Esercito, episodi salienti del I e II Conflitto Mondiale, le guerre dimenticate Eritrea, Libia, Somalia, Etiopia Spagna.

Per dirla con le parole di Giorgio Rochat, riportate dall'autore: «[...] La guerra è un fiume che porta fango e oro, eroismi e viltà, in cui non esistono eroi senza macchia né vili senza speranze, ma uomini che affrontano situazioni estreme di fatica e orrore con comportamenti che non si possono ricondurre a schemi precostituiti. Bisogna studiare la guerra tutta, non soltanto per dare la colpa di Caporetto(1) [...]».

Il libro è disponibile presso la nostra biblioteca.

(1) Giorgio Rochat, Ufficiali e soldati, Gaspari, 2000, p. 62.

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Pubblicato il 31.03.2016

A cura di Italo Semino

“Decorati Alpini del territorio della Sezione A.N.A. di Alessandria"

A.N.A. Sezione di Alessandria

Alessandria

2016

Allo stato dell'arte, si può affermare che i decorati appartenenti alle truppe alpine, relativamente al territorio della Sezione A.N.A di Alessandria furono n. 196 per un totale di n. 253 decorazioni, di cui n. 2 MOVM, n. 91 MAVM, n. 100 MBVM, n. 51 CGVM, inoltre: n. 6 Onorificenze di Cavaliere dell'OMS, n. 2 Ufficiale OMS, n. 1 Cavaliere OMI. Le n. 253 decorazioni sono così suddivise: n. 122 relative al Primo Conflitto Mondiale, n. 30 alla guerra in Africa (Italo-Turca ed in Africa Orientale) ed in Spagna, n. 98 inerenti il Secondo Conflitto Mondiale, n. 1 alle Guerre d'Indipendenza, n. 2 non definibili.

Lo scopo della pubblicazione è consistito nella ricerca dei decorati, le relative motivazioni, i fatti d'arme che determinarono l'assegnazione, ed infine la ricerca dei dati anagrafici per poter tracciare un profilo minimo di ciascun decorato. Molte sono state le difficoltà, a partire della definizione del territorio, ma soprattutto per il fatto che i documenti del Nastro Azzurro Provinciale raramente specificano per gli artiglieri e gli ufficiali superiori l'appartenenza o meno alla specialità alpina. Infine quasi inesistenti sono le note biografiche, mentre peraltro numerose si contano le imprecisioni.

Testo sicuramente incompleto ed inficiato da errori, propone comunque alcune notizie singolari: spaziando dalla figura del Maggior Generale Lorenzo Barco comandante dell'80° Divisione Alpina, al Generale Giovanni Faracovi che al comando del 4° Gruppo Alpino per primo entrò in Rovereto il 2 novembre 1918; alla figura del Tenente Aldo Zanotta del 9° Rgt Alpini, al Capitano Silvio Gabriolo comandante del Btg Aosta, che egli condusse alla conquista del Vodice il 18 maggio del 1917; senza dimenticare il Capitano Alfredo Stringa che con i resti del Btg Susa oppose una tenace resistenza a Forcella Clautana alle avanguardie del Btg da montagna del Württemberg, del famoso tenente Erwin Rommel, pochi giorni dopo lo sfondamento di Caporetto.

Libro disponibile presso la Sede della Sezione A.N.A. di Alessandria.

Edito 2016                                                                Offerta minima € 5,00

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Pubblicato il 08.03.2016

A cura di Aldo Audisio e Cristina Natta-Soleri

“Alpini - Figurini storici di Ernestino Chiappa"

Museo Nazionale della Montagna "Duca degli Abruzzi" - CAI Sezione di Torino

Torino

1998

Il volume raccoglie n. 318 tavole a colori di Ernestino Chiappa, a china ed acquerello, che rappresentano l'evoluzione delle uniformi del Corpo degli Alpini dalla costituzione del 1872 sino al 1996, frutto di oltre ventisei anni di indagini condotte presso gli Archivi di Stato e Militari.

La pubblicazione riveste, oltre che un importante valore storico, un eccezionale valore artistico; non solo fondamentale per i cultori di uniformologia, ma per tutti coloro che amano la storia degli Alpini.

Alla base vi è un'accurata ricerca storica tradotta in una vera fonte enciclopedica: le uniformi invernali, estive, da fatica, di "gran montura", "da via", "da marcia"; fregi, ornamenti, gradi, indumenti intimi; l'armamento individuale, zaini, giberne, le attrezzature; piccozze, borracce, gavette, corredi. Non poteva mancare il mulo, fedele compagno, con il basto i finimenti come pure i ferri.

Ogni tavola è corredata da spiegazioni, infine accurata attenzione viene rivolta alla mimica ed agli atteggiamenti dei figurini, come spiega l'autore: «cerco [...] di dare personalità ai loro volti, perché non appaiano tronfi manichini, ma uomini, con pensieri e magari preoccupazioni».

Insomma una disamina precisissima dal cappello a bombetta rigido, sostituito sino all'attuale a falda rialzata, perché la sua rigidità era ostacolo ai movimenti, infatti quando il soldato si gettava a terra lo zaino urtando la falda posteriore del copricapo, lo stesso scendeva sulla fronte; sino ai colori delle nappine al loro significato ed ai reparti che le adottarono.

Libro raffinato ed imperdibile, disponibile presso la nostra biblioteca.

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Pubblicato il 07.02.2016

Michele Campana

“Un anno sul Pasubio”

a cura di Alessandro Massignani e Claudio Gattera

Gino Rossato Editore

Novale – Valdagno (VI)

1993

La testimonianza dell'ufficiale Michele Campana, del 157° Rgt Fanteria Brigata Liguria , relativa ai dodici mesi di permanenza sul fronte del Monte Pasubio, fra Cima Palon, il Dente Italiano ed il Dente Austriaco. Dobbiamo al suo diario di guerra la conoscenza di molte informazioni sui combattenti, episodi bellici, la guerra in montagna, la vita quotidiana dei soldati. Racconto caratterizzato dalla dovizia dei particolari, soprattutto per quanto riguarda il terribile inverno del 1916-17 trascorso ad oltre 2.000 metri di quota.

La storia del 157° Rgt Fanteria (le cravatte rosse) è particolarmente legata alla città di Novi Ligure perché, nel secondo dopo guerra, la città ospitò, presso la caserma "Giorgi", il IV Btg meccanizzato del 157° Rgt il quale attraverso varie ristrutturazioni, nel 1993, divenne nuovamente reggimento sino al 13 ottobre 1995 quando per disposizione Ministeriale, il 157° Rgt fu soppresso e la bandiera trasferita a Roma nel Sacrario delle Bandiere. Ma la nostra città fu legata alla Brigata Liguria anche perché, negli anni della Grande Guerra, il I Btg (tranne la 4^ compagnia) del 158° Rgt Fanteria venne costituito dal deposito del 44° Rgt Fanteria di stanza nella caserma "Emanuele Filiberto" di Novi e molti fanti erano nativi del luogo o dei paesi limitrofi.

Fra l'altro nel suo diario Michele Campana narra di due ufficiali nostri conterranei: il primo è il Cappellano don Agostino Marcenaro (Decorato con 2 MAVM) nativo di Silvano d'Orba, in forza al 157° Rgt Fanteria, e Caduto sul Monte Zomo il 17.11.1917 per ferite riportate in combattimento; il secondo è il chimico tenente Pernigotti Andrea da Novi Ligure, sempre del 157° Rgt.

Infine particolarmente interessanti le note che ci svelano come la guerra non sia solo determinata da episodi bellici ma assumono un'importanza essenziale tutti i lavori di approntamento e mantenimento del territorio interessato. Pertanto vengono riportati dati sulla preparazione delle caverne, sia come camminamenti che come ricovero per le truppe, sulla costruzione e sul mascheramento delle strade: quella degli "Scarubbi" e quella arditissima detta delle "52 gallerie". Inoltre, poiché il massiccio del Pasubio è completamente privo di fonti, viene fornito il resoconto sulla realizzazione degli impianti idrici ed acquedotti, ottenuti pompando acqua dalla valle, in modo da rifornire le truppe di questo bene indispensabile. Quindi non mancano notizie sull'alimentazione elettrica, le linee telefoniche, le teleferiche, per ultimo le caratteristiche degli impianti di produzione e distribuzione dell'aria compressa, fondamentale per il funzionamento dei perforatori pneumatici necessari per la preparazione di caverne, camminamenti, trincee e capisaldi.

Libro consigliato, non disponibile nella nostra biblioteca.

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Pubblicato il 31.12.2015

Paolo Pozzato – Tibor Ballà

“il Piave”

L'ultima battaglia della Grande Guerra

Gino Rossato Editore

Novale – Valdagno (VI)

2005

A conclusione dell'anno del Centenario dell'entrata in guerra del Regno d'Italia nel Primo Conflitto Mondiale, si propone questo testo che ha come tema la battaglia di Vittorio Veneto. Enfatizzata durante il ventennio tanto da essere esaltata sino a parlare di vittoria soprattutto italiana della guerra mondiale, da parte della Francia e del Regno Unito venne sminuito il ruolo italiano e sottolineato quello decisivo delle loro truppe. Molto si è scritto su Vittorio Veneto. Non l'ultima parola mettendo a confronto i vari punti di vista. Il testo affronta il tema della battaglia proprio dalla prospettiva degli sconfitti, austriaca ed ungherese, attraverso le memorie del Generale Otto von Berndt comandate interinale del XVI Corpo d'armata, del Colonnello Anton von Lehár (fratello del noto compositore) del 106° reggimento, ed infine del Generale Paul Hegedũs comandante dell'11^ Divisione di Cavalleria Honved. In modo differente, sostanzialmente i tre ufficiali Austro-Ungarici concordano nel riconoscere come causa principale della sconfitta la disgregazione morale e politica dell'Impero. Tale decomposizione, unita alla nascita dei nazionalismi, alla stanchezza delle truppe ed alla propaganda dell'Intesa, provocò l'ammutinamento di alcuni reparti, non Tedeschi, che si rifiutarono di combattere e deposero le armi. A questo aggiungasi il fraintendimento sull'applicazione dell'Armistizio, tanto che lo Stato Maggiore Austriaco ordinò il cessate il fuoco già nella mattinata del 3 novembre, mentre gli Italiani lo applicarono a partire dalle ore 15.00 del 4 novembre. Queste 36 ore di differenza consentirono, secondo il punto di vista austriaco, agli Italiani di spingere in avanti la cavalleria ed altri reparti in modo da sorpassare le truppe imperiali, tagliarne la via della ritirata, costringendo alla resa un numero elevatissimo di soldati ed ottenendo un copioso bottino di guerra. Come notano i curatori (Italiano ed Ungherese) nella premessa: «Non è certo l'ultima parola su Vittorio Veneto […] Ma rappresenta l'occasione per un rinnovato confronto tra fonti e punti di vista che per troppi anni hanno viaggiato su binari paralleli, o hanno dato vita a ricostruzioni storiografiche indipendenti. […] Ai protagonisti di allora, artefici e vittime ad un tempo di una delle pagine più tragiche dell'era contemporanea, va il ricordo ed il rispetto dei curatori.».

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Pubblicato il 06.11.2015

Stefano Denegri – Sergio Pedemonte

“Sta sempre alegro così il tempo pasera piu presto”

Un soldato isolese di cento anni fa

Finito di stampare nel mese di aprile 2015

Nell'anno del Centenario dell'ingresso del Regno d'Italia nel Primo Conflitto Mondiale, molte sono state le commemorazioni e spesso con la lettura delle corrispondenze dal fronte.

Tuttavia questo testo nel proporle denota un approccio particolare di cui siamo grati agli autori.

Lo storico inglese Martin Gilbert nel suo volume “La grande storia della Prima Guerra Mondiale” affermò che per la Grande Guerra furono scritti talmente tanti libri che non basterebbe la vita di un uomo per leggerli tutti, peraltro Nuto Revelli, nell'introduzione alla “Strada del davai”, precisò come generalmente i testi, che riguardano la guerra, fossero redatti da persone così dette “colte”, e notava come mancasse la storia raccontata dal “basso”, per questo siamo debitori con gli autori per la narrazione della vicenda del soldato isolese Giuseppe Ferretto (Pipin).

Il libro, fra l'altro, ci induce a riflettere sull'importanza che ebbero quei carteggi, essenziali per il morale dei combattenti che rischiavano la vita, separati dai propri affetti e dall'ambiente famigliare, basterebbe per questo considerare il volume delle corrispondenze della Posta Militare nei quattro anni di guerra: 1.535.933.600 di lettere dal Paese al fronte, 2.213.015.490 dal fronte per il Paese, 244.987.000 dal fronte per il fronte per un totale di 3.993.936.090 con una media giornaliera di 3.060.486 di lettere o cartoline postali. Per i pacchi, soltanto dal Paese per l'Esercito, si ebbe un totale di 1.514.229 pezzi. Gli incaricati utilizzati dal Servizio di Posta Militare nella Grande Guerra furono sia personale postale assimilato (impiegati n. 784, agenti subalterni n. 363), che carabinieri di scorta n. 190 e militari (scritturali e per servizi di fatica) n. 1.477. [Liberamente tratto da Beniamino Cadioli-Aldo Cecchi, La posta militare italiana nella Prima guerra mondiale, Stato Maggiore dell'Esercito-Ufficio Storico, Roma, 1978 Ndr].

Probabilmente furono poche le notizie, gli stati d'animo che i combattenti riuscivano a trasmettere ai famigliari, sia per non preoccuparli che per la “censura” a cui erano sottoposte le missive; la vita di trincea, la fame, gli assalti, le paure, i morti, gli orrori vennero probabilmente raccontati di persona durante le poche licenze o alla fine del conflitto. Molto interessanti per contro, ed è questa la particolarità, le lettere inviate dai famigliari, ci svelano i problemi quotidiani del loro mondo prevalentemente contadino, aggravati dallo stato di guerra; ci narrano del paese, Isola del Cantone, come era strutturato, le attività, le botteghe, i ritrovi, il cantiere per l'apertura della nuova galleria ferroviaria. Infine ci raccontano di quella variegata umanità, dei conterranei citati con il loro nomignolo, perché in una società chiusa come quella dei paesi, ove più persone spesso avevano lo stesso nome e cognome, era indispensabile differenziarle attraverso il soprannome.

Una storia locale per fare la grande storia.

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Pubblicato il 06.10.2015

Bepi Boccardo

Melette 1916-1917

La Grande Guerra nella parte nod-orientale dell'Altopiano dei Sette Comuni

Prefazione di Mario Rigoni Stern

Gino Rossato Editore

Novale-Valdagno (VI)

1994

Generalmente quando si parla dell'Altopiano di Asiago il luogo viene associato alle due battaglie dell'Ortigara, in modo particolare la 2a, combattuta nel giugno del 1917, nella quale venne impiegata la 52a Divisione alpina al comando del generale Angelo Como Dagna Sabina. Lo scontro fu talmente sanguinoso che alcuni dei 22 battaglioni alpini subirono perdite così rilevanti che il monte assurse a “Calvario degli Alpini”.

Tuttavia l'Altopiano è costellato di numerose cime ciascuna delle quali è diventata simbolo della dura lotta sostenuta dai soldati italiani contro le truppe asburgiche: Monte Cengio, Lemerle, Zebio, Verena, cima Portule, Caldiera, Campigoletti, Interrotto, Valbella, Col del Rosso, Col d'Ecchele, Mosciangh. Fra questi, non possiamo dimenticare le Melette di Gallio i cui rilievi variano fra 1400 e 1800 metri ed i cui nomi sono ormai entrati nella leggenda: Meletta di Gallio, Monte Fior, lo Spil, il Caselgomberto, Monte Miela, Monte Zomo.

Le Melette di Gallio furono testimoni di due scontri violentissimi di cui il primo ebbe luogo dal 2 al 7 giugno 1916, in piena Strafexpedition, e il secondo dal 9 novembre al 6 dicembre 1917, in entrambe i casi possiamo ben dire che le Melette, come il passo Buole ed il Monte Cengio, costituirono le Termopili d'Italia, ultimo baluardo che impedì agli Imperiali la discesa verso la pianura veneta.

Le operazioni citate avvennero nell'ambito delle offensive austro-ungariche fortemente volute dal Feldmaresciallo Conrad von Hötzendorf il quale era convinto, al contrario del Generale Luigi Cadorna, che la guerra non si sarebbe risolta sull'Isonzo ma nella parte meridionale del saliente Trentino.

La prima battaglia vide protagonisti per il Regio Esercito, accanto alla Brigata Sassari (151° e 152° Rgt Fanteria), gli alpini del Gruppo Foza (Tenente Colonnello Pirio Stringa) costituito da i Btg. Val Maira, Monte Argentera, Monviso (2° Rgt Alpini), Morbegno (5° Rgt Alpini). Tutti i Btg vennero decorati con la Medaglia d'Argento; enormi furono le perdite umane tra loro ricordiamo due nostri conterranei la MAVM Capitano Giovanni Re da Tortona e la MAVM Tenente Robbiano don Lorenzo da Silvano d'Orba, entrambi in forza al Monviso.

Esaurita la spinta, a causa delle forti perdite, della tenace resistenza italiana ed anche in ragione dell'offensiva russa condotta dal generale Brusilov che ebbe inizio il 4 giugno, il Conrad fermò l'attacco ordinando alle truppe di ripiegare su posizioni difensive.

Ben più drammatica era la situazione del Regio Esercito quando il Comandate del Gruppo d'Esercito del Tirolo sferrò la seconda offensiva, questo avvenne, infatti, pochi giorni dopo il disastro di Caporetto ed il Conrad contava proprio sulla demoralizzazione dei combattenti avversari per ottenere lo sfondamento ed aggirare le truppe italiane a difesa del fronte del Piave.

Le truppe del Feldmaresciallo, tuttavia, trovarono una accanita resistenza da parte dei reparti che presidiavano il territorio delle Melette di Gallio: i tenaci fanti della Brigata Liguria (157° e 158° Rgt Fanteria), Brigata Toscana, Brigata Perugia, Btg Bersaglieri XIX/6^ e XXXVI/12^, IV Raggruppamento Alpino, Btg Alpini Monte Pasubio, Monte Cervino, Cuneo, Monte Marmolada, Monte Saccarello, Val Dora, 1^ Brigata Bersaglieri, Btg Alpini Vicenza, Monte Berico, Sette Comuni.

Il 6 dicembre l'acrocoro delle Melette venne conquistato dall'Esercito Imperial-Regio e la difesa italiana arretrò sulla linea Monte Valbella-Col del Rosso-Le Portecche-Zaibena-Val Frenzela, con andamento molto più vicino alla pianura.

La resistenza degli Italiani, di quasi un mese sulle Melette, fiaccò l'irruenza degli Imperiali ed il Feldmaresciallo Conrad fu costretto ad interrompere l'offensiva per la quale necessitava di nuove forze fresche che non aveva più.

Tutto questo è magistralmente raccontato, raccogliendo testimonianze dell'una e dell'altra parte, dall'autore Bepi Boccardo, prematuramente scomparso il 25 agosto 1994.

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Pubblicato il 16.08.2015

Diego Vaschetto

Strade e sentieri del Vallo Alpino – Mete storiche delle Alpi Occidentali

Edizioni del Capricorno

Torino, 2013

Testo originale ed interessantissimo per gli amanti delle escursioni in montagna, in particolare per chi apprezza camminare sui sentieri della storia. L'autore propone, infatti, venti itinerari alla scoperta delle fortificazioni del Vallo Alpino Occidentale: dalle Alpi Marittime attraverso il Moncenisio, sino a Mont Fortin in val Veny (Ao).

Come è noto il Vallo venne realizzato nella prima parte del 1900, dopo le stragi delle Grande Guerra, per fornire protezione alle artiglierie ed alle fanterie impegnate nel presidio del confine alpino. Le varie fortificazioni, collegate da ardite strade militari, che ancora negli anni '70 erano mantenute in efficienza dal Genio per consentire lo svolgimento dei campi ai reparti alpini ed oggi purtroppo in stato di abbandono, sorgevano in prossimità dei passaggi obbligati o in posizioni favorevoli per battere con il fuoco di armi automatiche ed artiglierie le vallate. Costruite spesso integrandosi alla conformazione del terreno per consentirne la mimetizzazione, a volte si appoggiavano a fortificazioni ottocentesche già esistenti. I capisaldi oltre alle postazioni per le armi, prevedevano i locali per la vita di guarnigione: camerate, cucine infermerie, latrine; i servizi consistenti in magazzini, riservette, sistemi di aerazione, generatori elettrici; il tutto normalmente in caverne collegate da gallerie.

L'autore per ciascun itinerario, oltre alla minuziosa descrizione del percorso, fornisce delle schede ove vengono evidenziati: l'accessibilità alle auto, le cartine, le altimetrie, i tempi di percorrenza, le difficoltà, i consigli per la visita, approfondimenti storici, scientifici, architettonici sulle fortificazioni in montagna. Non mancano per ciascuna scheda riferimenti a curiosità, luoghi storici e culturali in prossimità degli itinerari stessi. Superbo l'apparato iconografico dedicato ai forti ma anche ai luoghi di straordinario valore paesaggistico.

Infine da non perdere l'introduzione nella quale viene esaminata con cura l'evoluzione delle fortificazioni in funzione dei progressi delle artiglierie.

Il Vallo Alpino Occidentale: la risposta Italiana alla linea Maginot!

Il volume non è disponibile presso la nostra biblioteca.

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Pubblicato il 15.07.2015

Testi di Gianni Oliva

Storia fotografica della Brigata Alpina Taurinense – 60° 1952-2012

Edizioni Susalibri

Sant'Ambrogio di Torino (TO)

2012

Volume pubblicato in occasione del 60° anniversario della costituzione della Brigata Alpina Taurinense.

La storia del reparto alpino raccontata attraverso numerose ed interessantissime immagini tratte dall'archivio della Brigata stessa dal 1952 al 2012, corredata dai testi dello storico e giornalista Gianni Oliva.

Importante seguire la variazione degli organici nel corso dei vari decenni, dai reggimenti iniziali il 4° Rgt Alpini su n. 4 Btg (Aosta, Susa, Saluzzo, Mondovì) ed il 1° Rgt Artiglieria Montagna su n. 4 Gruppi (Susa, Aosta, Pinerolo, Gruppo C.A.L. contraereo), sino a quelli recenti del 31 dicembre 2012: 2° Rgt Alpini (Btg Saluzzo), 3° Rgt Alpini (Btg Susa), 9° Rgt Alpini (Btg L'Aquila), 1° Rgt Artiglieria Terrestre (Gr. Aosta), 32° Rgt Genio Guastatori (XXX Btg), Rgt Nizza Cavalleria.

Vengono ricordati, corredati di fotografia, tutti i comandanti che si alternarono dalla costituzione al 2012 fra i quali spiccano le M.O.V.M.: Generale Franco Magnani (1961-1964), Generale Felice Tua (1966-1967).

Interessanti le testimonianze rese sia da alcuni comandanti la Brigata che da personaggi famosi che vi militarono durante il servizio di leva come il meteorologo Luca Mercalli, Giampiero Boniperti, Giorgetto Giugiaro.

Non manca infine l'elenco dei tredici Caduti nelle operazioni della Brigata Taurinense.

Reparto alpino erede delle tradizioni dei reggimenti e battaglioni alpini liguri-piemontesi che combatterono durante la Grande Guerra e delle divisioni alpine Cuneense, Taurinense, Alpi Graie.

Volume coinvolgente soprattutto per i nostri “Veci” che numerosi prestarono servizio presso questa unità e che si riconosceranno nelle situazioni ritratte nelle bellissime foto.

Una ventata di ... giovinezza!

Il volume non è disponibile presso la nostra biblioteca.

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Pubblicato il 19.06.2015

Pierluigi Scolè

16 Giugno 1915: gli Alpini alla Conquista di Monte Nero

Stampato da il Melograno Coop. Soc. a.r.l. Bollate (MI)

2005

 

Con colpevole ritardo, rispetto al centenario dell'avvenimento, proponiamo questo libro che tratta del fatto d'armi forse più eclatante della storia delle truppe alpine, nel corso del Primo Conflitto mondiale, grazie, come evidenziato nella quarta di copertina, «alla prova di abilità ed efficienza offerta da poche centinaia di alpini validamente sostenuti dagli artiglieri da montagna».

Rammentiamo, fra l'altro, che l'autore, il vogherese Pierluigi Scolè presentò proprio questo suo lavoro il giorno 11 dicembre 2011 presso la nostra sede, in occasione dell'inaugurazione della “Biblioteca degli Alpini” nell'ambito della rassegna “Pennalpine”.

Il testo risulta suddiviso in due parti, nella prima vengono presi in esame il terreno, il piano d'azione, le forze contrapposte ed effettuata un'accurata ricerca sui reparti alpini del 3° Reggimento che vi parteciparono: i Btg Exilles, Susa, Val Pellice, l'artiglieria.

Segue una dettagliata cronaca delle operazioni relative ai giorni 15 e 16 giugno, una narrazione minuziosa di ora in ora.

Nella seconda parte l'autore passa a studiare i protagonisti di quell'impresa: ufficiali ed alpini, proponendone i dati anagrafici ed il profilo attraverso la pubblicazione dei dati ricavati dai “ruoli matricolari” reperiti, con pazienza certosina, presso gli Archivi di Stato, l'Ufficio Storico dell'Esercito, uffici ministeriali.

Ricordiamo infine, a beneficio degli alpini della Sezione di Alessandria, che la vetta del Monte Nero venne conquistata dal Btg Exilles 84a Compagnia del Capitano Vincenzo Arbarello e dalla 31a Compagnia del Capitano Camillo Rosso, pluridecorato poi Generale, che fu il primo Presidente della ricostituita Sezione di Alessandria nel 1967 ed a cui è intitolata la Sezione stessa.

Questo fecero i battaglioni di “bougia nen” nel giugno di cento anni fa.

Buona lettura!

Libro disponibile presso la nostra biblioteca.

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Pubblicato il 13.05.2015

Mauro Minola

Battaglie di confine della Seconda Guerra Mondiale

Edizioni Susalibri

Sant'Ambrogio di Torino TO

2010

 

Il volume affronta il tema, quasi dimenticato, della guerra che si sviluppò sul Fronte delle Alpi Occidentali all'inizio del Secondo conflitto mondiale. Guerra breve dal 10 al 25 giugno 1940, tuttavia sanguinosa il cui bilancio segnala per gli Italiani: 631 morti, 2631 feriti, 616 dispersi e 2151 congelati. Scontro che palesò inequivocabilmente l'impreparazione del Regio Esercito, ma in generale di tutte le Forze Armate. Situazione conosciuta sia dagli Stati Maggiori che dal Regime: «[...] La condotta della guerra era stata infatti più politica che strategica, perché le vere o supposte esigenze della politica di Mussolini avevano messo in ombra i problemi posti dalla strategia e i limiti che il terreno poneva alla tattica ed alla logistica [...]».

Conflitto combattuto dal Monte Bianco sino alla Riviera Ligure, fu una pagina poco onorevole della storia italiana, una guerra dichiarata ad una nazione già sconfitta dalla Wehrmacht e che i Francesi non esitarono a definire “una pugnalata alla schiena”; «[...] La decisione di Mussolini di rompere la non belligeranza e di entrare in guerra era motivata dalla fretta che egli aveva di ricavare il maggior profitto dalla situazione che si stava creando. Con la Francia piegata dall'alleato tedesco sarebbe stato possibile condurre trattative di pace che avrebbero soddisfatto le numerose rivendicazioni avanzate dalla politica del regime [...]».

Gli avvenimenti si incaricarono di smentire le aspettative, attaccare la Francia sul fronte delle Alpi secondo lo storico Karl Von Clausewitz sarebbe stato come: «[...] sollevare un fucile, uno dei lunghi e pesanti fucili dei suoi tempi, afferrandolo per la punta della baionetta [...]»; la catena alpina dal Bianco al mare ha delle particolari caratteristiche orografiche: mentre verso il Piemonte è solcata da valli brevi che discendono alla pianura, sul fronte opposto si presenta con lunghe valli parallele alla linea dello spartiacque, separate da catene montuose che consentono di allestire più linee difensive prima di raggiungere la pianura del Rodano. Inoltre il passaggio repentino, il 20 giugno, da uno schieramento del Regio Esercito prudenzialmente difensivo, ad un atteggiamento offensivo provocò la preparazione di azioni inadeguate, con scarsi mezzi, mentre il mutarsi della situazione avrebbe richiesto molto tempo e mezzi adeguati. Non vi fu il crollo, sperato, del morale di soldati Francesi che si dimostrarono al contrario molto agguerriti ed infine la situazione meteorologica con piogge, bufere di neve e tormente non favorì gli attaccanti, anzi evidenziò l'inadeguatezza dell'equipaggiamento provocando un numero elevato di congelati. All'Armistizio le Forze Armate Italiane erano riuscite a penetrare solo per pochi chilometri nel territorio avversario e di conseguenza le rivendicazioni furono assai limitate, riducendo l'influenza dell'Italia a ciò che era stato conquistato.

Il testo si conclude con l'ultimo atto ovvero l'invasione francese ed i confini mutilati: la guerra sul fronte occidentale, infatti, pose le basi per le pretese di De Gaulle che, alla fine del conflitto, manifestò l'intenzione di annettere alla Francia ampi territori del Piemonte e della Valle d'Aosta, salvati dalla opposizione degli Stati Uniti che ridussero le ambizioni transalpine alla cessione di piccole porzioni.

 

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Pubblicato il 25.03.2015

Alberto Di Gilio

Caporetto – Giorni d'inferno

Edizioni Gino Rossato

Noale-Valdagno VI

2012

Non poteva mancare nella rassegna un volume che trattasse della XII Battaglia dell'Isonzo, nota come la Battaglia di Caporetto; come scrive l'autore nella prefazione: «[...] da quella notte [24 ottobre 1917 Ndr] il termine geografico “Caporetto” (località oggi della Slovenia occidentale, ai confini con l'Italia) perse la “C” maiuscola per diventare sinonimo di una tragedia immane , di una disfatta totale, una “caporetto” insomma. [...]».

Ed i numeri, per il Regio Esercito, sono inequivocabili: 11.600 morti, 30.000 feriti, 265.000 prigionieri, 350.000 sbandati; materiali ed armamenti perduti: 3.152 cannoni, 1.732 bombarde, 3.000 mitragliatrici, 300.000 fucili, 150 aeroplani, 4.000 autocarri, infine 20.000 km2 di territorio italiano invasi.

Il testo pone alcuni quesiti, ad esempio, come mai il Comando Supremo nonostante i rapporti ricevuti sia dallo spionaggio che dalle dichiarazioni di alcuni prigionieri catturati, pur conoscendo il luogo, la data e l'ora dell'offensiva austro-tedesca, non prese le conseguenti contromisure.

Oppure per quale ragione il generale Capello, ignorò l'ordine del Comando Supremo di dare alla sua 2^ Armata un assetto difensivo mantenendo una disposizione offensiva.

Per quale motivo l'artiglieria del XXVII Corpo d'armata del generale Pietro Badoglio rimase silenziosa, ed ancora, come mai la 50^ Divisione del IV Corpo d'Armata del generale Cavaciocchi ripiegò, senza combattere, dalla stretta di Saga, aprendo al nemico incredulo la strada verso Cividale.

Ci si domanda inoltre se furono determinanti le condizioni atmosferiche che nascosero agli Italiani, schierati sui monti, l'avanzata degli Imperiali lungo i fondo valle, se fu fondamentale la distruzione dei collegamenti e la mancanza di riserve.

A queste domande il testo risponde con un'accurata analisi degli avvenimenti attraverso ricerche documentali presso i maggiori archivi storici.

Amara la conclusione: «[...] Sugli ultimi, sui soldati stremati da anni di fango e trincea, lasciati senza comando e sbandatisi, sui civili invisi per le presunte simpatie nei confronti del nemico abbandonati a se stessi e costretti a fuggire per evitare deportazioni, ricadde tutto il peso di quella sconfitta.»

Infine il testo propone il diario inedito di un ufficiale di artiglieria del XXVII Corpo d'Armata testimone della battaglia.

La pagina più tragica del Regio Esercito nella Prima Guerra Mondiale.

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Pubblicato il 05.02.2015

Enrico Acerbi
“Strafexpedition”
maggio-giugno 1916

Edizioni Gino Rossato
Noale-Valdagno VI
1992

Ancora un libro sulla Grande Guerra: mai così celebrata ed altrettanto dimenticata.
Un resoconto minuzioso, ricco di memorie e testimonianze, dell'offensiva Austro-Ungarica sferrata nel saliente trentino nel maggio-giugno 1916. Peraltro la denominazione “Strafexpedition”, secondo l'autore, non venne utilizzata dagli Austriaci ma fu probabilmente coniata dagli ufficiali Italiani proprio per indicare la “Spedizione Punitiva”. Due concezioni della strategia di guerra opposte: il Capo di Stato Maggiore Generale Luigi Cadorna riteneva di poter aprire la strada verso il cuore dell'Impero sul fronte dell'Isonzo attraverso successive “spallate”, attribuendo al fronte trentino un'importanza secondaria; al contrario il Capo di Stato Maggiore Maresciallo Franz Conrad von Hötzendorf era convinto che un'offensiva nel sud del trentino, dall'Adige al Brenta, avrebbe permesso di sboccare nella pianura veneta, cogliendo alle spalle gli Italiani. Gli avvenimenti successivi si incaricarono di smentire sia Cadorna battuto proprio sull'Isonzo, che Conrad arrestato sulle ultime propaggini montuose che lo separavano dall'obiettivo.
La narrazione inizia dalla preparazione delle operazioni, ai primi attacchi allo Zugna Torta per poi estendersi verso est: Coni Zugna, Passo Buole, Monte Pasubio, val Posina, Monte Maggio, Cimone, Priaforà, Cengio, Portule, Melette, Monte Zovetto.
Nella seconda parte del testo viene descritta la controffensiva italiana sia sull'Altipiano di Asiago che in Vallarsa e nella val d'Astico.
La poderosa offensiva Austro-Ungarica, dopo un travolgente successo, a poco a poco rallentò sino ad esaurirsi; questo in parte fu dovuto alla tenace resistenza degli Italiani che, dopo lo smarrimento ed una notevole confusione iniziale dei comandi, dopo aver concesso molto terreno all'avversario, riuscì ad arrestarla, esaltando i valori di chi difende la propria terra. Va comunque riconosciuto che gli Imperiali incontrarono difficoltà logistiche con l'allungarsi del fronte; tutt'altro da trascurare il fatto che dal 4 giugno gli Austro-Ungarici dovettero distogliere materiali ed artiglierie dal fronte trentino per affrontare la più grande offensiva dell'Impero Russo (offensiva Brusilov).
Dopo i contrattacchi italiani il fronte si stabilizzò sulle posizioni conquistate: alla fine delle operazioni (24 luglio) la “Strafexpedition” lasciò vuoti enormi nei due eserciti: circa 96.000 le perdite degli Imperiali fra morti, feriti dispersi e prigionieri; per gli Italiani si indicano: 15.453 morti, 76.642 feriti e 55.635 dispersi.

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Pubblicato il 28.01.2015

Aldo Cazzullo
“La guerra dei nostri nonni”
1915-1918: Storie di uomini, donne, famiglie

Arnoldo Mondadori Editore
Milano
2014

Se vi aspettate in questo libro le epiche battaglie, la tattica, la strategia non le troverete,  scoprirete la Grande Guerra raccontata con uno sguardo a 360° sull'umanità che subì quell'immane tragedia.
Si scende subito nelle trincee: «[...] Scrive ancora Caccia Dominioni: “Trincea! Abominevole carnaio di putredine e di feci, che la terra si rifiuta di assorbire, che l'aria infuocata non riesce a dissolvere. La pioggia continua snida dal terreno il puzzo della vecchia orina. Il tanfo di cadavere lo ingoiamo col caffè, col pane, col brodo [...]».
Questa la condizione dei 5 milioni di mobilitati, fanti contadini, dei quali oltre 650 mila «non sono diventati nonni».
Gli assalti, il gas, il deferimento al Tribunale di guerra, le decimazioni, le fucilazioni, i Carabinieri alle spalle per chi esitava ad uscire dalle trincee, guidati da «[...] una casta militare che fino a Caporetto si dimostrò la più sprezzante d'Europa (tranne forse quella russa) nei confronti dei propri soldati [...]».
Nel libro si ricorda come il generale Andrea Graziani fosse il più temuto per il suo disprezzo per la vita dei sottoposti: fece fucilare l'artigliere Alessandro Ruffini, di 24 anni, reo di averlo salutato senza togliersi la pipa di bocca.
Eppure da questo testo emerge la forza morale di cui furono capaci i nostri nonni.
L'autore si sofferma sulla condizione delle donne, cogliendo come il Primo conflitto mondiale, si tradusse nell'inizio della loro libertà: chiamate a rimpiazzare gli uomini inviati al fronte, seppero sostituirli dimostrando di essere in grado di eseguire gli stessi lavori.
Le testimonianze raccolte ci raccontano le smisurate sofferenze: i prigionieri, i mutilati, i “soldati senza più volto”, l'”esercito dei folli”, gli sfollati dalle zone di guerra, le violenze subite dalle donne venete e friulane dopo Caporetto, gli “orfani dei vivi” figli degli stupri.
Tutte vicende che si intersecano: quelle dei soldati, dei poeti in armi (Ungaretti, Gadda, D'Annunzio), delle crocerossine, delle portatrici carniche (Maria Plozner Mentil), della M.O.V.M. Maria Boni Brighenti, delle madri dei Caduti, delle spie, delle prostitute, degli inviati di guerra, dei personaggi famosi papi e dittatori.
La Grande Guerra fu vinta, combattuta per la prima volta dall'Italia unita che dimostrò di essere una Nazione.

«Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro
Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto
Ma nel cuore
nessuna croce manca
E' il mio cuore
il paese più straziato»

Giuseppe Ungaretti

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Pubblicato il 09.01.2015

Alessandro Vanni – Katia Pari
“La Grande Guerra sulla Marmolada – Il mistero dei 15 Fanti di Forcella V"
Edizioni Gino Rossato
Novale Valdagno VI
2014

Non sarà sfuggito agli appassionati e bibliofili come il libro sia stato recensito nella rubrica “Biblioteca” del mensile “L'Alpino” n. 11 del 2014.
Per i novesi il testo dovrebbe assumere un interesse particolare in quanto uno dei 15 fanti, anzi il comandante di quel presidio, fu la M.A.V.M. Tenente Flavio Rosso, che pur essendo nato a Lavagna, dal 1911 fu nostro concittadino.
Il testo, nella prima parte, esamina, con dovizia di particolari supportati dai documenti redatti dai protagonisti, le operazioni belliche su quel tratto di fronte sulla Marmolada, a 3.000 metri di quota, dall'inizio delle ostilità fino ai primi di novembre del 1917 quando la 4a Armata, a causa della disfatta di Caporetto, fu costretta a lasciare il Cadore per schierarsi sul massiccio del Grappa. Vi si narra della conquista del Serauta nel aprile-maggio del 1916, dell'occupazione della Forcella “V” del 22 settembre 1917, dello scoppio della mina austriaca del 26 settembre 1917, all'occupazione di quota 3153. Quelle impervie posizioni vennero contese agli Austro-Ungarici dai reparti del 51° e 52° Rgt Fanteria Brigata Alpi, dagli alpini del Btg. Val Cordevole (7° Rgt) dagli artiglieri da montagna della 24a batteria.
La seconda parte si sofferma sulle ricerche dei corpi dei 15 fanti vittime della mina austriaca. Permangono molte incertezze persino sull'individuazione della “Grotta dei fanti”: non è sicuro che sia la traccia di galleria presente sulla parete occidentale della forcella, anzi alcuni studiosi ritengono che la stessa potrebbe essere ciò che rimane della galleria di mina austriaca. Molte le ipotesi sulla sorte dei corpi delle vittime dell'esplosione: ancora sepolti sotto le rocce presenti sulla forcella, oppure proiettati nel vallone che scende nella valle d'Ombretta o a nord sul ghiacciaio. Le ricerche effettuate soprattutto negli anni '90 dagli alpini della brigata Cadore e Tridentina non hanno dipanato il mistero.
Nella terza parte schizzi, disegni, fotografie documentano gli apprestamenti militari ed i luoghi della memoria.
In appendice, infine, notizie riguardanti il Tenente Flavio Rosso: alcune lettere inviate ai famigliari, le motivazioni del conferimento della Medaglia, l'estratto del suo atto di morte ove, nonostante la salma non sia stata recuperata, viene indicato come “morto” e non come “disperso”.
Nel testo inoltre viene riportata la lettera che il Tenente alpino Gianni Serra del 7° Rgt Alpini (per noi architetto Gian Serra che fu Capo Gruppo degli alpini novesi) inviò alla famiglia Rosso per annunciare la morte dell'amico e concittadino.
Alla M.A.V.M. Tenente Flavio Rosso del 51° Rgt Fanteria è intitolata la galleria d'attacco italiana, restaurata ed aperta al pubblico, nella Zona Monumentale del Serauta.

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Pubblicato il 28.12.2014

Enrico Camanni
“La guerra di Joseph”
Vivalda Editori s.r.l.
Torino
1998

L'amicizia insolita fra un soldato e il suo ufficiale: Joseph Gaspard guida alpina della Valtournenche ed il nobile fiorentino Ugo Ottolenghi di Vallepiana.
Nella primavera del 1916 in Val Costeana, il Colonnello Tarditi, responsabile di quel tratto di fronte, riteneva indispensabile conquistare il Castelletto chiave di volta per scendere in val Travenazes e spalancare la porta verso il Tirolo. Mentre fervevano i lavori nella galleria di mina, il colonnello scrutava con il binocolo la parete della Tofana di Rozes: sua intenzione era quella di aprire una via in modo che gli alpini potessero raggiungerne la cima e dominare il Castelletto. Convocò il tenente Vallepiana il quale asserì di conoscere un solo uomo in grado di salire lassù: Joseph Gaspard.
Dopo quindici giorni la cordata composta dalla guida aostana e dal tenente fiorentino, fra innumerevoli difficoltà, bersagliata dall'artiglieria avversaria, riuscì nella titanica impresa alpinistico-militare aprendo il nuovo camino, che fu prontamente attrezzato dai Volontari feltrini, consentendo agli alpini di presidiare la strategica posizione.
Molte altre prove attesero i due inseparabili: la sanguinosa conquista del Castelletto dopo lo scoppio della mina italiana, i combattimenti in val Travenanzes, l'imboscata austriaca al Masarè, la pausa invernale del 1917 trascorsa nei baraccamenti continuamente insidiati dalle slavine.
Nella primavera ripresero le ostilità, ma un giorno di maggio, in cima alla Tofana di Rozes, Joseph Gaspard venne colpito da un fulmine che gli entrò dalla spalla sinistra e si scaricò attraverso il piede, fermandogli il cuore. Soccorso dall'amico, riuscì a sopravvivere alle terribili ferite ed ustioni e dopo 18 mesi di cure ospedaliere fece finalmente ritorno alla sua amata valle, alla sua famiglia.
Testo di una delicatezza commovente, pregno di quella umanità che spesso manca in altri testi che pur trattano argomenti analoghi, vicenda che ha come teatro il «più puro incanto del creato».
Libro da leggere tutto di un fiato.

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Pubblicato il 23.12.2014

A cura di Giulio Bedeschi
“Nikolajewka: c'ero anch'io”
U. Mursia editore
Milano
1972-1979

Il volume è disponibile presso la biblioteca del Gruppo, come evidenziato in copertina: «Una delle pagine più drammatiche della seconda guerra mondiale rievocata attraverso le testimonianze raccolte dall'autore di CENTOMILA GAVETTE DI GHIACCIO».
Scrivere di questo libro è un'impresa quasi impossibile, le testimonianze sull'argomento sono molte, quasi tutti i reduci Alpini che uscirono dalla sacca, transitarono da quella località. Attraverso i loro racconti immaginiamo i reparti della Tridentina che sin dal mattino del 26 gennaio 1943 tentarono di rompere l'accerchiamento, il costone innevato ove la marea degli sbandati ingrossava di ora in ora, il mitragliamento e lo spezzonamento degli aerei russi, la strage operata dall'artiglieria avversaria, infine verso il calare del sole, incitati dal grido del Generale Luigi Reverberi: “Tridentina avanti!”, la fiumana che mosse prima lentamente e poi impetuosamente ed attraverso il terrapieno della ferrovia ed il sottopasso espugnò Nikolajewka, mettendo in fuga il nemico ed aprendosi la strada per l'Italia.
Eppure queste testimonianze così uguali, arricchiscono la vicenda di situazioni ed esperienze così diverse per ciascun reduce.
Se vi fu un inferno sulla terra gli Alpini in Russia lo attraversarono, alternando episodi di eroismo al puro istinto di sopravvivenza, costretti ad abbandonare i loro compagni feriti per raggiungere la salvezza.
Il loro stato d'animo fu così ben evidenziato dal Tenente Angelo Damini (3° Rgt Artiglieria Alpina, Gruppo Udine, 34^ Batteria) che così rese la sua testimonianza: «[...] Non ho la forza di parlare, né di muovermi: guardo con occhi incoscienti i feriti che si trascinano nella neve e che noi non abbiamo la forza di aiutare, quasi li invidiamo, perché sono più vicini alla morte. Uno si è trascinato vicino all'isba ove i medici stanno lavorando. L'isba è piena e i feriti fanno coda fuori. Questo che si è trascinato da solo, lasciando una scia di sangue sulla bianca neve, appoggia la testa sul muro dell'isba e mi guarda, con un'espressione che non so descrivere. Gli mancava completamente il piede destro e dal moncone della gamba il sangue gli usciva e lui sembrava rassegnato ad attendere, non certo il suo turno di medicazione, ma la morte. Il suo sguardo m'impressionava più del suo sangue; non so resistere e mi giro dall'altra parte [...]».
Anche questo fu la campagna di Russia.

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Pubblicato il 18.11.2014

A cura di Giancarlo Militello
“Padre Generoso stammi vicino...muoio”
Gruppo Alpini Altavalpolcevera/Sezione A.N.A. di Genova
Genova
Febbraio 2011

Padre Generoso, al secolo Attilio Ghiglione da Pontedecimo (1913-1962), frate Cappuccino, appena ricevuta l'Ordinazione Sacerdotale, con il grado di Tenente, ebbe il gravoso compito di assistere spiritualmente, e non solo, gli alpini durante il Secondo conflitto mondiale. Inizialmente assegnato al Btg Valle Arroscia durante la breve campagna sul Fronte Occidentale, successivamente trasferito al Btg Complementi della Divisione Alpina Julia e poi all'8° Rgt Alpini, Btg Gemona con il quale partecipò alla campagna di Grecia. Rientrato in Patria per malattia scampò all'affondamento del piroscafo Galilea, tragedia alpina, nella quale perirono, fra gli altri, 21 ufficiali, 18 sottufficiali e 612 alpini del Btg Gemona. Ancora convalescente Padre Ghiglione accorse in Friuli per assistere e confortare i famigliari delle vittime. Col ricostituito Btg nell'estate del 1942, Padre Generoso partì per la Russia; durante i giorni del ripiegamento ebbe l'avventura di incontrare la colonna della Divisione Tridentina con la quale uscì dalla sacca. Dopo l'8 settembre non volle abbandonare i suoi alpini e con molti di loro, salì la montagna e partecipò alla guerra di Liberazione con la Brigata Osoppo. L'interessantissimo testo propone i diari di guerra di Padre Generoso, relativamente alla campagna di Grecia ed a quella di Russia, corredati di numerose fotografie e cartine. Una testimonianza che aggiunge tasselli importati e singolari ad altre già rese sull'argomento, soprattutto per quanto riguarda la campagna di Grecia, dove i nostri soldati ebbero a patire sofferenze e perdite paragonabili a quelle del fronte Russo, e tuttavia così dimenticata! Basti pensare che, secondo il diario, il Btg Gemona il 24 febbraio 1941 contava un organico di 1.200 uomini, dopo un mese di lotta accanitissima rimaneva con 1 ufficiale e 4 alpini ancora in grado di combattere.
Gli scontri sulla linea del Golico furono così sanguinosi da indurre il Colonnello Camosso ad ordinare: «Voglio che i miei cappellani siano sempre in primissima linea. Dovete curare le salme dei vivi».
E padre Attilio Ghiglione fu sempre al loro fianco portando cure, assistenza, misericordia e conforto: «Padre Generoso stammi vicino...muoio».

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Pubblicato il 29.10.2014

Mario Rigoni Stern
Quota Albania
Giulio Einaudi Editore
Torino
1971 (prima edizione)


Due campagne militari, Francia e Grecia, raccontate attingendo dai taccuini del diciannovenne caporale Rigoni. La prima esperienza di guerra sulle montagne Valdostane nella breve campagna di giugno, poi sui monti desolati e fangosi d'Albania dove il portaordini Rigoni detto “Piè Veloce” è uno dei pochi che sa orientarsi.
L'aggressione alla Grecia fu fortemente voluta da Mussolini, non a caso iniziò il 28 ottobre del 1940 [anniversario della Marcia su Roma Ndr], per condurre la così detta “Guerra Parallela” come risposta alle vittorie militari tedesche, nei conflitti iniziati senza aver informato l'alleato Italiano. Le operazioni  contro la Grecia, dopo un brevissimo successo iniziale, si trasformarono in guerra di posizione con le truppe del Regio Esercito costrette, sulla difensiva, ad innumerevoli ripiegamenti in territorio albanese; la vittoria finale fu ottenuta dopo l'intervento delle divisioni della Wehrmacht.
La tracotante aggressione alla Grecia fu quanto di più improvvisato si possa immaginare:
1) Venne iniziata mentre era in corso, nel Regio Esercito, la smobilitazione di una parte dei soldati più anziani che avevano partecipato alla campagna di Francia.
2) Il Regio Esercito fu costretto, per non richiamare coloro che erano appena stati congedati, all'arruolamento di classi assolutamente non addestrate e prive della minima conoscenza delle nuove armi.
3) Il contingente Italiano, inizialmente, fu decisamente insufficiente: il Generale Visconti Prasca pare si fosse opposto all'invio di altre divisioni per non perdere il Comando Superiore delle truppe in Albania; con l'arrivo di altre Grandi Unità, infatti, il suo grado non sarebbe stato adeguato a mantenere il comando.
4) Le divisioni italiane erano binarie, ovvero costituite da due Rgt di Fanteria, secondo l'Ordinamento Pariani del 1938; con provvedimento poco lungimirante, e con il pretesto di favorirne la mobilità, si pensò di aumentare il numero delle divisioni diminuendo un terzo dei Rgt in organico per ciascuna. Questa idea fece il paio con la farsa dell'istituzione delle divisioni così dette “Autotrasportabili”, costituite da personale addestrato ad essere trasportato, peccato che non vi fossero gli automezzi! [vedi Nuto Revelli “La Strada del davai” a proposito dell'arrivo dello C.S.I.R. in Russia Ndr]
5) La guerra ebbe inizio nel periodo delle grandi piogge che resero difficoltosi i collegamenti sulle scarse mulattiere trasformate in fiumi di fango, mentre i corsi d'acqua gonfiati dalle precipitazioni risultarono invalicabili.
6) Gli approdi in Albania (Durazzo e Valona) per lo sbarco delle truppe e dei rifornimenti furono decisamente insufficienti alle necessità.
7) L'esercito Greco venne sottovalutato, in modo particolare non si tenne in considerazione lo spirito con cui il combattente ellenico si oppose all'invasore.

Sul fronte Greco-Albanese furono impiegate anche N° 4 divisioni alpine: Julia, Pusteria, Tridentina, Cuneense.
Al termine della campagna le perdite italiane giunsero ai seguenti totali: 13.755 morti, 50.874 feriti, 25.067 dispersi (quasi tutti Caduti), 52.108 malati, 12.368 congelati per un totale di 154.172 soldati (1).

Nota (1): La Campagna di Grecia, Tomo I-Testo, Stato Maggiore dell'Esercito-Ufficio Storico, Roma, 1980.

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Pubblicato il 16.09.2014

L'Artiglieria Italiana nella Grande Guerra
a cura di Andrea Curami, Alessandro Massignani
Con il contributo di Tiziano Bertè, Filippo Cappellano, Achille Rastelli
Gino Rossato Editore
Novale - Valdagno (VI)
1998


Ancora un testo sulla Grande Guerra: inevitabile si è nel pieno del centenario.
Volume indispensabile per chi voglia approfondire il Primo conflitto mondiale, in particolare la conoscenza dell'arma dell'Artiglieria Italiana.
Nella prima parte oltre alla produzione italiana di artiglierie ed ai cenni storici, la tattica e l'impiego delle stesse, in altri capitoli si pone l'attenzione sull'evoluzione dell'Arma, il confronto con quella Austro-Ungarica, nonché il munizionamento utilizzato.
Nella seconda parte vengono forniti i dati tecnici delle varie specialità dell'Artiglieria: da campagna, a cavallo, da montagna e someggiata, d'assedio, pesante campale, contraerea, da fortezza, da costa, di laguna, bombarde.
Per finire: una trattazione sui proietti impiegati e le tabelle riassuntive delle caratteristiche delle bocche da fuoco.
La comprensione degli eventi bellici avviene anche con la conoscenza degli armamenti, il loro impiego e la loro continua evoluzione.

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Pubblicato il 13.08.2014

Nuto Revelli
La strada del davai
Giulio Einaudi Editore
Torino, 1966


Nuto Revelli classe 1919, tenente degli alpini in s.p.e., reduce di Russia, comandante partigiano, scrittore. Forse questo è il suo libro più toccante, certamente il più crudo e drammatico; colpisce il lettore come un pugno allo stomaco. E' la raccolta di quaranta testimonianze di sopravvissuti, quasi tutti alpini della divisione Cuneense e quasi tutti Cuneesi, alla tragedia della ritirata, alle marce del davai, all'inferno dei campi di prigionia sovietici.
Come scrive l'autore nella Prefazione: «(...) La bibliografia della seconda guerra mondiale comprende centinaia di diari, racconti memorie. Ma come sempre sono i cosiddetti “colti” che hanno scritto anche per gli “umili”, per i “non colti”. I nostri generali hanno scritto dozzine di memoriali, sovente ricchi di miserabili denunce postume, sovente aridi come gli “specchi” delle “manovre con i quadri”. Mancava la guerra del contadino, del montanaro, del manovale, la guerra del povero cristo tubercolotico, malarico, nefritico, la guerra che non finisce mai. La mia ambizione diventò una sola: che finalmente anche il soldato “scrivesse” la sua guerra (...)»
Sono testimonianze strazianti di alpini già debilitati dalla ritirata ed avviati alla prigionia: stanchi,  affamati, assetati, molti sono congelati con la carne in cancrena che si stacca dall'osso, tanti feriti, decimati dalle dissenterie a sangue, dal tifo petecchiale, casi di cannibalismo, follia. Cataste di morti gettati nudi ed induriti dal gelo nelle fosse comuni o buttati dai finestrini dei vagoni durante i trasferimenti. Il lavoro nei campi di concentramento cercando di raggiungere la “norma” per avere una fetta di pane supplementare.
Poi il ritorno a casa con decine di persone che si presentano per avere notizie dei dispersi, l'imbarazzo di non poter dire la verità, rimanere in silenzio, ricoveri negli ospedali e nei sanatori, il fisico provato dalle sofferenze che non regge alle fatiche quotidiane del lavoro.
La guerra è pazzia.

A margine, un fatto che ha profondamente amareggiato il curatore di questa presentazione: Nuto Revelli morì il 5 febbraio 2004, è innegabile che egli espresse giudizi spesso sferzanti nei confronti dell'A.N.A., tuttavia mentre il periodico “Famiglia Cristiana” gli dedicò un bellissimo articolo nel quale si evidenziavano i motivi per cui si doveva essere grati a questo scrittore e divulgatore straordinario, il periodico “L'Alpino” non spese neppure una parola.

Alpino Italo Semino

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Giuseppe Lamberti alpino ribelle
1911-1945 - Una generazione tra cinque guerre
a cura di Gianni Bertone
appendice di Giorgio Rochat
EGA Editore
Torino, 2006


Esemplare pagina di Storia, un libro imperdibile a disposizione nella nostra biblioteca.
Il volume raccoglie le memorie postume del Capitano Giuseppe Lamberti, comandante del Battaglione Alpini sciatori Monte Cervino, dalla sua adolescenza sino al secondo dopoguerra nel 1946.
Testardo ed inflessibile cuneese di Ceva; straordinario atleta, alpino ed Ufficiale in s.p.e. (servizio permanente effettivo), Nuto Revelli lo definì:«Uno dei migliori dell'Esercito Italiano»; Mario Rigoni Stern ne fu amico ed allievo come sciatore e come militare, alla morte nel 1995 «il sergente» gli dedicò un articolo: «mon capitaine».
Pluridecorato, due Croci di Guerra Tedesche, due Medaglie d'Argento al Valor Militare; sotto il suo comando, Lamberti sostituì il Tenente Colonnello D'Adda nel novembre del 1942, i “diavoli bianchi” del Cervino ottennero la Medaglia d'Oro al Valor Militare per la strenua difesa opposta sul fronte del Don, con il concorso del Battaglione l'Aquila, per tamponare le falle aperte dallo sbandamento della divisione Cosseria.
Dopo la sanguinosa difesa di Rossoch, venne catturato durante la ritirata, il “Capitano” sopravvisse ad una ferita al braccio, al congelamento ai piedi ed al tifo petecchiale; internato si schierò con gli Ufficiali antifascisti in contrasto con gli Ufficiali rimasti fedeli al regime.
Rientrato dalla prigionia Lambertì, nonostante le norme gerarchiche e di disciplina militare non glielo consentissero, non poté tacere il dramma dell'immane tragedia, denunciando le responsabilità facendo nomi e cognomi, ma soprattutto, profondamente indignato, sbugiardò l'uso politico-elettorale consumato sui “dispersi”, raccontando la verità.
Per questo fu sottoposto ad un'inchiesta disciplinare che approdò ad una condanna: degradato a soldato semplice e radiato dall'esercito.
Queste vicende accadevano nel 1949, nella Repubblica nata dalla Resistenza e che paradossalmente condannava uno dei suoi migliori Ufficiali per antifascismo.
Nessun Ufficiale alpino testimoniò contro il “Capitano”; venne giudicato da un Tribunale Militare che si rifiutò di ascoltare gli oltre settanta testimoni presentati dalla difesa. Tra i molti che dimostrarono la loro solidarietà spicca il nome del Generale Emilio Battisti, comandante della Divisione Alpina Cuneense, dichiaratosi disposto a deporre in maniera favorevole.
Volume interessante, come si legge nell'introduzione di Gianni Bertone: «(...) Queste memorie possono rappresentare un buon contributo a capire gli alpini come espressione di alpinità, cioè come “uomini dell'alpe” prima che come militari con in mano il fucile (...)»

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Renato Gatti
Le Croci sul Golico
Tipografia Ferrari - Occella & C.
Alessandria, 1972


Il volume proposto non riguarda gli alpini, è il memoriale di un reduce dei Balcani: il nostro conterraneo Renato Gatti. Molto conosciuto in città, laureato in Materie Letterarie presso l'Università Cattolica di Milano, i novesi lo ricordano come stimato insegnante presso le scuole medie cittadine e poi negli istituti superiori.
Il diario inizia quando l'autore, dopo aver frequentato il corso allievi ufficiali ed assegnato al Deposito del 49° Rgt. Fanteria ad Ascoli Piceno, sbarcò in Albania destinato alla Divisione Parma.
Era il giugno della 1942, la tracotante guerra di aggressione alla Grecia ormai ultimata, rivelando come la potenza militare, sbandierata dal regime, fosse di cartapesta, tanto che il Regio Esercito dovette essere soccorso dall'intervento delle divisioni della Wehrmacht.
La narrazione si dipana dai primi mesi di servizio di guarnigione per passare alla tragedia del 8 settembre, l'odissea attraverso le montagne del poderoso Kurvalesch, l'adesione alle formazioni partigiane albanesi sino al rientro in Patria.
Il memoriale, oltre alle stupende descrizioni dei paesaggi, utilizzando un linguaggio semplice, mai guerresco ed enfatico, mostra la serenità con cui l'autore affrontò le tragiche prove, ma soprattutto  svela la sua profonda umanità.
Commovente il capitolo in cui rende omaggio all'amico Carlo Palumbo: «(...) E' caduto per una società migliore e per un domani più sereno alla luce della bontà e sincerità in cui per tutti valessero gli stessi diritti e gli stessi doveri e non affiorassero mai più favoritismi, sotterfugi e nefandezze (...)».
Le Croci sul Golico: sacrificio dei soldati Italiani.

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Pubblicato il 07/06/2014

Giorgio Ferraris

Alpini dal Tanaro al Don

Araba Fenice

Boves, 2009

Il libro, a disposizione nella nostra biblioteca, narra la storia della Divisione Alpina Cuneense, con particolare attenzione al tema della Campagna di Russia e la conseguente ritirata. Sono stati scritti molti libri sull'argomento, ciascuno aggiunge particolari che aiutano a comprendere meglio quel grande disastro militare. E' bene ricordare che la vicenda non riguardò solo il Corpo d'Armata Alpino, furono coinvolte altre Divisioni di Fanteria, tuttavia per gli Alpini la tragedia fu ancora più accentuata infatti iniziarono il ripiegamento quando ormai erano completamente accerchiati. Il testo è ricco di testimonianze fra le quali spiccano quelle del Tenente Nuto Revelli, del Tenente Domenico Strumia, del Tenente Colonnello Mario Odasso, Don Rinaldo Trappo, Il Capitano Giuseppe Lamberti. La Divisione "Martire" partì nell'estate del 1942 con 17460 Alpini, ebbe circa 13500 fra morti e dispersi e dei sopravvissuti quasi 3000 vennero deportati nei campi di concentramento sovietici. Una generazione di giovani sacrificata; poveri cristi mandati a combattere in pianura, nell'inverno dei 40° C sotto zero, con le scarpe di cartone, i cappotti di fibra vegetale, le armi della Prima Guerra Mondiale. La Divisione Alpina Cuneense e la Divisione Alpina Julia vennero quasi completamente distrutte il 19 e 20 gennaio 1943 a Nowo Postojalowka, durante il più grande combattimento sostenuto in terra russa, e le due Unità persero circa il 70% degli effettivi. Il 28 gennaio a Waluiki si ebbe l'epilogo con la resa e la cattura dei sopravvissuti. Come specificato nella quarta di copertina:«(...) Un testo avvincente, una lettura per chi conosce e per quanti ancora non sanno.».

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Pubblicato il 24/05/2014

Don Vittorio Maini
a cura di Luigi Cortelletti e Roberto Greselin
Grande Guerra - Il sacrificio del battaglione Alpini Monte Clapier
Gino Rossato Editore
Valdagno (VI), 2013
Prima edizione Società Tipografica Monregalese 1922.

Uno dei modi per celebrare il centenario della Grande Guerra è quello di approfondirne la Storia, nel nostro caso la Storia degli Alpini.
Il libro proposto è il memoriale del Tenente Don Vittore Maini che fu Cappellano militare del Btg Alpini Monte Clapier dalla sua costituzione il 1° dicembre 1915 sino allo scioglimento avvenuto il 22 febbraio 1919.
Per meglio comprendere le vicende, si ricorda che, nel corso della I Guerra Mondiale, vennero composti N° 88 battaglioni alpini; quelli permanenti assunsero il nome delle località sede dei loro depositi ed erano formati da soldati di leva e da richiamati sino a 28 anni di età; al fianco dei permanenti vennero istituiti battaglioni di Milizia Mobile con soldati richiamati dai 29 a 32 anni di età, tali reparti furono chiamati "Monte"; infine le classi di richiamati più anziane dai 33 ai 39 anni vennero arruolate in battaglioni di Milizia Territoriale definiti "Valle". Così il 1° Rgt Alpini ebbe N° 3 battaglioni Permanenti (Pieve di Teco, Ceva, Mondovì), tre battaglioni di Milizia Mobile (Monte Mercautour, Monte Saccarello, Monte Clapier) e tre battaglioni di Milizia Territoriale (Val Tanaro, Val Arroscia, Val Ellero).
E' interessante sottolineare che i reparti costituiti con questo criterio, nel corso del primo conflitto, non operarono nell'ambito del reggimento, ma a seconda delle necessità tattiche vennero inquadrati in gruppi o raggruppamenti comprendenti battaglioni di reggimenti diversi.
Il Btg Monte Clapier era derivato dal Btg Mondovì ed affiancato dal Btg Val Ellero.
Il Cappellano Maini, nel suo memoriale, narra le vicende del Monte Clapier attraverso i luoghi nei quali operò: il battesimo del fuoco durante la Strafexpedition sul Cimone e Priaforà, le offensive della 1a e 2a battaglia dell'Ortigara, i giorni tragici di Caporetto sulla fronte dell'Isonzo, la "Battaglia di Arresto" al Col della Berretta (Grappa), infine l'impiego nella zona Tonale - Cima Cady sino alla discesa in Val di Sole negli ultimi giorni di guerra.
Ma il Diario del pluridecorato (N°2 M.A.V.M.) Cappellano Vittore Maini si sofferma soprattutto sui protagonisti di quegli avvenimenti: gli Ufficiali, i Graduati ed i Soldati Piemontesi che con i "riottosi"(1) Liguri pagarono un tributo di sangue elevatissimo. Il Btg Monte Clapier ebbe, durante il conflitto, 16 ufficiali morti, 34 feriti e 20 dispersi, fra i graduati e gli uomini di truppa 203 morti, 867 feriti,e 859 dispersi.(2)

Note:
(1) Così sono definiti nel libro dal Cappellano Vittorio Maini.
(2) Dati: Ministero della Guerra, Comando del Corpo di Stato Maggiore - Ufficio Storico, Riassunti storici dei corpi e comandi nella guerra 1915-1918, Alpini.

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Rivista "In Novitate"
Periodico del Centro Studi "In Novitate"
Anno XXVIII - Fascicolo II (N.56)
Novembre 2013

Contrariamente alle segnalazioni precedenti, ci permettiamo di consigliare la lettura della rivista "In Novitate" periodico del Centro Studi omonimo il cui scopo è: «per la tutela del patrimonio storico artistico religioso folkloristico sportivo e delle parlate locali».
In questo numero la rubrica "Studi e Ricerche" offre interessanti approfondimenti: la rete dei castelli dell'Alto Monferrato, tracce della presenza della Compagnia di Gesù a Novi, due testimonianze su Predosa, ricerche relative a Padre Pietro Repetto di Voltaggio fondatore della pinacoteca dei Cappuccini, il feudatario francese Yves D'Alegre a Pozzolo, La chiesa Medioevale di Gavi.
Per la rubrica "Dossier": un saggio relativo alle testimonianze epigrafiche in cui figurano militari della IX regio.
Infine per "Storia e memoria del Novecento" il socio alpino Italo Semino propone una ricerca dal titolo:«Caduti della Prima Guerra Mondiale elencati sulle lapidi del Monumento Ossario del Cimitero Comunale di Novi Ligure».
L'autore attingendo da fonti diverse (archivistiche, bibliografiche epigrafiche) ha cercato di identificare i 199 Caduti elencati sulle lapidi del Monumento Ossario. Sorprendentemente dei 194 Caduti identificati, per 5 non è stato possibile ottenere riscontri, solamente 13 risultano nati nel comune di Novi Ligure, gli altri ebbero i natali in quasi tutte le regioni della Penisola dal Friuli alla Sicilia; la ragione di questa atipicità dipende dal fatto che la quasi totalità decedette presso l'Ospedale Militare di Riserva o presso l'Ospedale Militare Presidiario ubicati in città. Il Comune di Novi, infatti, sino dall'inizio della Grande Guerra, per disposizione dell'Autorità Militare, dovette mettere a disposizione alcuni edifici per essere adibiti come Ospedali, fra essi ricordiamo: le scuole medie di viale Saffi, l'asilo infantile, il Collegio San Giorgio. I soldati che perirono presso queste strutture vennero sepolti nel Cimitero comunale.
Nel 1932, il 2 novembre, venne ultimato ed inaugurato il Monumento Ossario nel quale furono raccolte le cassette con le spoglie mortali dei Caduti, il Sacrario venne progettato dall'architetto alpino Gian Serra [che fu Capo Gruppo del sodalizio novese nel secondo dopoguerra Ndr],.
Esprimiamo la nostra gratitudine al Centro Studi "In Novitate": raramente, infatti; viene sottolineata la rilevanza dello studio della storia locale, indispensabile per la conoscenza dei luoghi in cui si vive, e mediante la quale la comprensione dei grandi avvenimenti risulta decisamente arricchita.

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Luciano Viazzi
Le aquile delle Tofane. 1915-1917
U. Mursia Editore
Milano, 1974.

Per i cultori della storia, soprattutto di quella degli Alpini e della I Guerra Mondiale di cui quest'anno ricorre il centenario, segnaliamo questo libro in catalogo presso la nostra biblioteca.
Il volume riporta le azioni belliche che si susseguirono, dallo scoppio delle ostilità sino al novembre 1917, in una zona fra le più suggestive: si tratta della territorio dolomitico compreso fra la Valparola, la valle Costeana, La valle di Fanes e la valle del Boite.
Il quadrilatero comprende luoghi noti per le vicende belliche e per la loro bellezza quasi irreale: il Sasso di Stria, il passo Falzarego, Piccolo e Grande Lagazuoi, le Tofane, la valle Travenanzes.
Come scrive l'autore nella premessa: «(...) Queste pagine vogliono essere la serena ed imparziale cronaca di un guerra d'alta montagna, combattuta sulle più impervie posizioni del fronte dolomitico, dagli Alpini, dai Fanti e dagli Artiglieri italiani contro gli Alpenjäger tedeschi, gli Schützen tirolesi e ladini e i Kaiserjäger austriaci: montanari e alpinisti di entrambe le parti. Guerra senza esclusione di colpi, ma fondamentalmente cavalleresca come ben si addiceva ad avversari dello stesso ceppo alpino (...)».
Testo fondamentale per la comprensione di ciò che avvenne in quel tratto del fronte tenuto dalla 4a Armata con testimonianze raccolte dall'una e dall'altra parte.
In appendice una preziosissima: «Guida ai luoghi delle battaglie».

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Alessandro Tortato
Ortigara. La verità negata
Gino Rossato Editore
Novale - Valdagno (VI), 1999.

Ci permettiamo di segnalare questo libro per inaugurare la nuova rubrica del sito.
Il volume riguarda uno degli episodi più tragici della Prima guerra mondiale: la battaglia del Monte Ortigara che, come è noto, venne definita "Il Calvario degli Alpini".
Fu combattuta sull'Altipiano di Asiago (10 - 30 giugno 1917) dalla 6a Armata al comando del Generale Ettore Mambretti; vennero impiegati quattro corpi d'armata per un totale di centocinquantaquattro battaglioni ed un parco d'artiglieria di millesettantadue pezzi e cinquecentosessantanove bombarde. Gli Alpini inquadrati nella 52a Divisione, comandata dal Generale Angelo Como Dagna Sabina, vi parteciparono con ventidue battaglioni.
L'offensiva, sferrata dagli Italiani, si prefiggeva di riconquistare le posizioni perdute nel maggio/giugno 1916 durante la Strafexpedition (spedizione punitiva), scatenata dal Maresciallo Conrad.
L'autore attraverso l'esame di documenti, fra cui alcuni inediti dello Stato Maggiore, approfondisce le cause della sconfitta che costarono al Regio Esercito pesanti perdite umane: si parla di circa trentamila soldati tra morti, dispersi e feriti.
Fra i motivi del fallimento vengono analizzati: la questione "morale" dei soldati Italiani nel 1917, gli errori di tiro dell'artiglieria Italiana che il 10 giugno decimarono la Brigata Sassari, Il caso inquietante del Maggiore Francesco Marchese ucciso dai suoi sottoposti. Si esaminano, inoltre, gli "sciagurati" errori del Comando d'Armata, che per due volte interruppe l'offensiva degli Alpini, dopo la conquista dell'Ortigara, costringendoli a rimanere su posizioni indifendibili battute dall'artiglieria avversaria, sino all'inutile contrattacco ordinato il 25 giugno, "olocausto" delle Penne Nere. Infine si pone l'accento sulla condotta dell'offensiva sferrata frontalmente in massa, secondo le direttive di Cadorna, tattica utilizzata sul Carso, ma impensabile su un terreno montuoso come quello dell'Altipiano; al contrario gli Austro-Ungarici riuscirono nella riconquista delle posizioni perdute, mediante la sorpresa, utilizzando le truppe speciali d'assalto le Sturmtruppen. Lezione che servì agli Italiani, che si affrettarono ad istituire ed utilizzare gli "Arditi" a partire dal luglio del 1917.
Il libro è dedicato ai Caduti in battaglia di entrambe le parti: "Requiem aeternam dona eis. Domine".
Testo istruttivo per approfondire questo doloroso capitolo della Grande Guerra.